Seconda notte
(Da: "La settima notte")
 

Ci siamo spogliati aiutandoci a vicenda.
Noi abbiamo il taglio, ma i feriti sono loro. Perché negli uomini c'è quel dolore inestinguibile che devono calmare a forza di droghe e violenze?
Ma io conosco il mio uomo perché conosco gli uomini, e gli mangerò dolcemente quel male, direttamente dal petto. Quando mi alzerò, il suo sangue amaro mi colerà ancora dalle labbra, ma io ne distillerò miele, e col miele chiuderò la sua ferita.
Ci siamo messi sul letto. Oggi la regola era di fare tutto ciò che volevamo, ma senza arrivare all'orgasmo e senza toccare i genitali, né con le mani né con la bocca.
Siamo rimasti sdraiati sul fianco, uno di fronte all'altra, a fissarci. Vi amo, Bestia. Prima ci siamo accarezzati i capelli, il volto. Sapevo che in lui ardeva il mio stesso fuoco, che eravamo pazzi d'amore, e faccia a faccia in quel letto di brace ci consumavamo così lentamente che pareva di morire. Le orecchie, le guance, il naso, le labbra, la fronte... dove si leggeva la sua anima e la sua vita, la sua anima che attraversava la vita... "Perplesso, immobile, ti contemplo... il mio pensiero s'è zittito davanti all'immensità dei tuoi spazi... con te ho vissuto sogni poetici, impressioni divine... "
Ci fissavamo fino a morirne, i nostri occhi erano fiamme e sole: toccandoci il viso con la punta delle dita ci riducevamo lentamente in cenere, fino all'ultima scintilla, quella in cui avveniva la rinascita. Le lacrime hanno iniziato a scorrere.
A volte bisognerebbe essere nel cuore di una selva fitta e urlare, urlare al ciclo.
Sono stata io a cominciare. Mi sono accovacciata per contemplare il suo corpo, quel fantastico paesaggio di carne steso sul letto, offerto e proibito. Gli ho posato le mie mani sul collo e le ho lasciate scendere, passeggiare ovunque sulla sua pelle, dall'alto in basso e dal basso in alto, ora massaggiandolo, ora graffiandolo, girando a lungo attorno alle parti che non dovevo toccare.
Ho posato la testa sul suo ventre, a pochi millimetri dal cazzo gonfio, per fiutarne l'odore.
Era così bello e commovente... Così da vicino, lo vedevo un po' sfocato, quasi sdoppiato... E il mio orecchio appoggiato alla sua pancia come a una conchiglia gigante mi trasportava in un mondo di schiuma, e le mie dita posate sui suoi peli avevano voglia di raspare, e i miei occhi avevano voglia di chiudersi.
Perché non raggiungiamo mai la meta? Noi vogliamo e non vogliamo morire. E quando saremo morti non saremo morti, nemmeno questa meta può essere raggiunta. Tornata polvere, io mi alzerò, sempre vagando in cerca del mio amore, danzerò nel sole e attraverserò l'atmosfera, ancora e sempre ardente per colui che amo.
Ero spossata dal desiderio. Ho chiuso gli occhi e, con la testa sul suo ventre, mi sono addormentata. Per pochi istanti, pochi minuti, ma chi può misurare il tempo in quei momenti? Ho fatto un sogno, un sogno in cui mi mettevo a ridere, a ridere così forte che mi sono svegliata gemendo.
Lui mi ha presa per la nuca, e io mi sono ritratta da quella sponda. E, risalendo verso di lui, ho sfregato il naso contro il suo vasto torace, ho leccato i peli, l'ho succhiato, così infoiata che mi sono accovacciata sul suo volto, reggendomi al muro, le cosce ben spalancate, perché vedesse cosa mi faceva, com'ero bagnata per
colpa sua.
Nel fitto della selva, ci sono streghe che fanno dei sabba, leccano il culo al diavolo. Ci sono fauni e satiri che trascinano ninfe. C'è un fiume con dei biscioni sul fondo che attirano gli uomini per succhiargli il cazzo. C'è furore, nella mia selva fitta, e il culo del diavolo ha un buon sapore. Ma io non posso. Stanotte non posso.
"Vieni" ha detto.
Siamo andati in bagno, e lui ha pisciato: una fontana di sassolini che ruzzolavano.
Ho pisciato anch'io. Era come godere. Le ultime gocce parevano note di pianoforte.
Lì seduta, ho guardato lui che mi guardava, e ne ho quasi avuto paura. Come può, una piccola donna, fare simili giochi con un uomo grande, un uomo così forte che, se volesse, potrebbe ucciderla?
Mi sono alzata, gli ho preso la mano, mi sono inginocchiata, gli ho baciato le dita, la voce mi tremava quando gli ho detto ti amo, ti amo da morire.
L'ho lasciato ma ho tenuto gli occhi bassi, non osavo rimettermi in piedi.
Lui mi ha presa in braccio per riportarmi sul letto. Ero fiera come una regina. Nelle sue braccia mi sentivo volare, non avevo più corpo, ero un'anima di carne, lo amavo con ogni parte di me e lui era il mio padrone; io, padrona di me stessa, facevo di lui il mio padrone e servo, perché ora si sarebbe occupato di me.
Ora avrei voluto farmi pisciare addosso. Pisciargli addosso. Cosa succede, quando non si gode? S'impazzisce. " Pisciami addosso " gli ho detto. "Pisciami addosso dappertutto. " Lui mi aveva appena adagiata sul letto, mi sono alzata in piedi, ho cominciato a graffiargli il petto e a dargli dei pugni. "Su! Fammi qualcosa! " Lui mi ha presa per i polsi, stringendo, e ha detto con freddezza: " Se voglio ". Ci siamo guardati, tutto diventava nero.
Mi ha lasciata, io ho detto che avevo freddo e mi sono rimessa il vestito. Lui si è infilato camicia e calzoni. Avevo voglia di togliermi di torno, ma mi rendevo conto che, dalla parte opposta della luce, si stava altrettanto bene. Nel mio corpo saliva una specie di nuvola scura. Ed era bello. Era allettante.
Mi ha portato una coppa di champagne. Ho acceso una sigaretta, e abbiamo bevuto tutta la bottiglia. Io seduta sul bordo del letto, lui sulla poltrona. Ricominciavo ad amarlo, avevo voglia di dirgli selvaggiamente che l'amavo, mi sentivo in collera per quanto l'amavo.
Lui ha aperto il minibar, ha tirato fuori una bottiglietta di whisky. Me l'ha tesa, e io ho bevuto a collo, poi gliel'ho passata e lui ha sorseggiato per un po'. Gli ho chiesto di mostrarmi il cazzo.
Lui ha riso. Ma l'ha fatto. Gli ho detto di sfilarsi completamente i pantaloni, e anche la camicia, che m'impedivano di vedere bene. Gli ho detto di mettere le cosce sui braccioli, perché potessi vedere meglio. Sono scesa dal letto e sono andata da lui gattoni. Ho avvicinato la testa il più possibile all'inguine, e ho fiutato ben bene. Gli ho detto che ora avremmo fatto i cani. Che si mettesse a quattro zampe e mi seguisse fiutandomi il culo. Ho alzato il vestito sulle natiche e ci siamo messi a percorrere la stanza a quel modo.
Non c'era molto spazio per passeggiare. Sono entrata in bagno, lui sempre dietro di me. Mi è tornata voglia di pisciare, con tutto quello champagne. Ho pisciato. Così, a quattro zampe, sul pavimento. Mi sono spostata ancora, per costringerlo a mettere le ginocchia nella mia piscia.
Mi ha presa in braccio per riportarmi nella camera. Io mi avvinghiavo al suo collo dicendogli mille paroline dolci. Mi ha sdraiata sul letto, mi ha baciata.
Mi ha baciata sulla bocca, poi sul collo, sulle tette, sul ventre, sulle cosce, sui piedi. Io dicevo delle cose, ero contentissima. Mi ha voltata, per baciarmi anche sul lato opposto. "Mordimi" ho detto, quando è arrivato alle natiche. E gli ho anche chiesto di colpirle, e di mordermi la nuca. Dovevo pur cercare di dimenticare un po' il bruciore, là dove lui non poteva toccare.
Mi ha voltata di nuovo, divaricata, leccata all'interno delle cosce, fin dove ancora poteva. Io non dovevo ma ho goduto comunque, così. Subito dopo mi sono messa a ridere, e lui ha riso con me.
Ecco come è stata la nostra seconda notte d'amore. Per non essere più tentati, ci siamo rivestiti e abbiamo parlato per il resto della notte, continuando a bere tranquillamente, e a ridere.

Alina Reyes