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Quando invitai a ballare la bionda, sulla pista c'eravamo solo noi.
In un altro momento sarei stato cosciente, ma lo champagne e il suo
modo di stringersi a me e quella forte sensazione di sicurezza che mi
davano le poche centinaia di franchi beh
facemmo un altro ballo,
una specie di numero a due, e poi attaccammo a discorrere. Perché
lei s'era messa a piangere - così cominciò. Io pensai
che forse aveva bevuto troppo, così fìnsi di non interessarmene.
E intanto mi guardavo attorno per vedere se c'era altra roba disponibile.
Ma il locale era completamente deserto.
Quando sei in trappola una cosa sola resta da fare: tagliar la corda
e subito. Se non lo fai, sei perduto. Strano a dirsi, mi trattenne il
pensiero di dover pagare un altra volta lo scontrino del guardaroba.
Ci si rovina sempre per una sciocchezza.
Il motivo del suo pianto, lo seppi quasi subito, era che la donna aveva
appena sotterrato sua figlia. Non era nemmeno norvegese, ma francese
e per giunta levatrice. Una bella levatrice, debbo dire anche con le
lacrime in faccia. Le chiesi se un bicchierino 1 avrebbe consolata e
subito lei ordinò un whisky e lo buttò giù in un
batter d'occhio. "Ne vuole un altro?" proposi cortesemente.
Forse sì. Si sentiva cosi disfatta, così terribilmente
prostrata. E magari anche un pacchetto di Camel. "No, aspetti"
disse, "forse son meglio le Pall Mall." Prendi pure quello
che vuoi, pensavo, ma smettila di piangere, per l'amor di dio che mi
fai venire i nervi. La feci alzare per un altro ballo. In piedi sembrava
un'altra persona. O forse il dolore ci fa più libidinosi, non
so. Le mormorai se voleva uscire. "Dove?" chiese avidamente.
"Oh, un posto qualunque. Un posto tranquillo dove si possa parlare."
Andai al gabinetto e ricontai i soldi. I biglietti da cento franchi
li nascosi nel taschino dei calzoni, e
nella tasca dei calzoni tenni un biglietto da cinquanta e gli spiccioli.
Tomai al bar deciso ad andare al sodo.
Mi facilitò le cose perché fu lei a entrare nel discorso.
Si trovava in difficoltà. Non solo aveva perduto la figlia, ma
aveva anche la madre a casa, ammalata, molto ammalata, e c'era il medico
da
pagare e le medicine da comprare e via via. Io non credetti una parola
naturalmente. E siccome volevo trovarmi un albergo le proposi di venire
con me e di passarci la notte. Così avrei risparmiato. Lei non
volle. Insisteva a voler tornare a casa, disse che aveva un appartamento
- e poi doveva badare alla mamma. Riflettendoci conclusi che sarebbe
stato anche più conveniente dormire da lei, e così dissi
di sì, andiamo, su. Ma prima di andare pensai che era meglio
farle sapere come me la passavo, in modo che all'ultimo momento non
saltassero fuori discussioni. Quando le dissi quanto avevo in tasca
mi parve di vederla svenire. "Che gente!" disse. Era molto
offesa. Mi aspettai la scenata... Ma senza scompormi, non volli cedere
terreno. "Beh, allora me ne vado" dissi a bassa voce. "Forse
mi sono sbagliato."
"Si è proprio sbagliato!" esclamò, ma al tempo
stesso, afferrandomi per la manica: "Ecoute, chéri...
sois raisonnable!". A sentir questo ripresi fiducia. Sapevo
che sarebbe bastato prometterle un piccolo extra e tutto sarebbe andato
liscio. "Va bene" dissi con voce stanca, "sarò
bravo con te, vedrai."
"Ma allora mentivi?" disse.
"Sì" sorrisi, "mentivo..."
Non m'ero ancora messo il cappello e lei aveva già chiamato un
taxi. Sentii che dava l'indirizzo del
boulevard de Clichy. Più del prezzo della stanza, pensai fra
me. Oh, beh, c'è ancora tempo... vedremo. Non so come cominciasse,
ma quella attaccò a parlare come una pazza di Henri Bordeaux.
(Devo ancora incontrare una puttana che non conosca Henri Bordeaux!)
Ma questa era veramente ispirata; parlava bene, in maniera fine e propria,
tenera, sapiente, che io mi chiedevo quanto dovevo darle. Mi parve di
sentirla dire: "Quand il n'y aura plus de temps". O
almeno suonava così. Nello stato in cui ero una frase simile
valeva cento franchi. Mi chiesi se era sua o
se l'aveva rubata a Henri Bordeaux. Poco importa. Era proprio la frase
che porta dritti a Montmartre. "Buonasera mamma" dicevo fra
me, "sua figlia e io ci prenderemo cura di lei... quand il n'y
aura plus de temps!" Mi ricordo che stava persino per mostrarmi
il suo diploma.
Era tutta agitata, appena la porta ci si chiuse alle spalle. Disperata.
Si torceva le mani e prendeva certe pose alla Sarah Bernhardt, anche
da semisvestita, e di tanto in tanto si arrestava per sollecitarmi a
far presto, a spogliarmi, a far così e così. Alla fine,
dopo che lei si fu spogliata e girava con la camicetta in mano in cerca
del chimono, io la presi e le diedi una bella strizzata. Quando la lasciai
aveva in faccia un'espressione differente: "Dio mio, Dio mio! Devo
andar giù a dare un'occhiata alla mamma!" esclamava. "Se
vuoi, fatti un bagno, chéri. Là! Ritorno fra un
minuto." Sulla porta l'abbracciai di nuovo. Ero in mutande, con
un'erezione tremenda. Non so
come, ma tutta quella angoscia ed eccitazione, tutto il dolore e la
messa in scena mi stuzzicavano l'appetito. Magari lei voleva andar giù
a rassicurare il suo maquereau. Sentivo che stava succedendo
qualcosa di insolito, una specie di dramma, di cui avrei letto poi sul
giornale del mattino. Ispezionai rapidamente il posto. C'erano due stanze
e un bagno, non male arredate. Piuttosto civettuolo. C'era il diploma
di lei alla parete - "con lode" come c'è sempre scritto.
E c'era la fotografia di una piccola, una bambina dai bei riccioli,
sul comò. Feci scorrere l'acqua per il bagno, ma poi cambiai
idea. Se succedeva qualcosa, e mi trovavano nel bagno... Non mi piaceva
l'idea. Passeggiavo su e giù, e col passar dei minuti mi sentivo
sempre più a disagio.
Quando ritornò su era anche più agitata di prima. "Sta
per morire... muore!" lamentava. Come diavolo fai a montare addosso
a una donna quando di sotto sua madre muore, magari proprio sotto di
tè? La presi fra le braccia, un po' per compassione, un po' perché
deciso a fare la cosa per cui ero venuto. E intanto lei, con un'aria
di vera disperazione, mormorava che le occorrevano i soldi promessi.
Erano per maman. Cacchio, non ebbi cuore di traccheggiare su
pochi franchi, in quel momento. Mi accostai alla sedia dov'erano posati
i miei panni e tirai fuori cento franchi dal taschino, ben attento a
voltarle sempre la schiena. E, per estrema precauzione, posai i pantaloni
dalla parte del letto dove sapevo che sarei approdato. I cento franchi
non la soddisfecero del tutto, ma capii dalle sue deboli proteste che
potevano bastare. Poi, con un'energia che mi stupì, buttò
via il chimono e saltò sul letto. Appena l'ebbi abbracciata traendola
a me, lei tese la mano all'interruttore e spense la luce. Mi stringeva
con passione, e gemeva come fanno tutte le fiche francesi quando ti
portano a letto. Mi eccitava tremendamente col suo modo di fare; quella
storia di spengere le luci, per me era nuovissima... pareva una cosa
vera. Ma ero anche insospettito, e appena mi fu possibile tesi la mano
per verificare se i pantaloni erano sempre sulla sedia.
Credevo che saremmo rimasti tutta la notte. Il letto era molto comodo,
più morbido d'un letto medio
d'albergo - e le lenzuola eran pulite, lo notai. Purché non continuasse
a dimenarsi in quel modo! Avresti detto che non andava con un uomo da
un mese. Volevo far durare la cosa. Volevo esser servito bene, per cento
franchi. Ma lei mormorava cose d'ogni genere, in quel linguaggio matto
da alcova che ti fa scorrere il sangue anche più svelto quando
succede al buio. Volevo sbatterla forte, ma era impossibile con lei
che gemeva e ansimava di continuo, e sussurrava: "Vite chéri!
Vite chéri ! Oh, c'est bon! Oh, oh! Vite, vite chéri!".
Io provai a contare, ma era come se fosse scattato un campanello d'allarme.
"Vite chéri!" e questa volta diede una scossa
cosi smaniosa che tum! Sentii il carillon delle stelle e i miei cento
franchi eran partiti e anche i cinquanta di cui mi ero scordato e si
riaccesero le luci e con la stessa alacrità con cui era saltata
sul letto di nuovo ne saltava via e grugniva e strillava come una vecchia
troia. Mi stesi sul dorso e accesi una sigaretta fissando malinconicamente
i pantaloni; eran terribilmente spiegazzati. Dopo un attimo lei ritornò,
avvolta nel chimono, e dicendomi, col suo tono agitato che mi faceva
venire i nervi, che dovevo sentirmi a casa mia. "Scendo a trovare
la mamma" diceva. "Mais faites comme chez vous, chéri.
Je reviens tout de suite."
Era passato un quarto d'ora e cominciavo a sentirmi veramente a disagio.
Andai nell'altra stanza e
lessi una lettera che stava sul tavolo. Niente d'importante, solo una
lettera d amore. Nel bagno passai in rassegna tutte le bottiglie sullo
scaffaletto; aveva tutto quanto occorre a una donna per darsi un buon
odore. Speravo ancora che ritornasse a darmi l'equivalente di cinquanta
franchi. Ma il tempo passava e lei non si faceva viva. Cominciavo a
preoccuparmi. Forse c'era veramente un moribondo al piano di sotto.
Distrattamente, per istinto di conservazione, immagino, cominciai a
indossare i miei panni. Mentre mi allacciavo la cintura mi venne in
mente, rapido come un lampo, il ricordo che lei aveva messo nella borsetta
i cento franchi. Nella fretta del momento aveva ficcato la borsetta
nell'armadio, nello scomparto alto. Ricordavo il suo gesto - in punta
di piedi per arrivare lassù. Un minuto mi bastò a cercare
la borsa. Era sempre lì. L'aprii in fretta e vidi il mio biglietto
da cento franchi steso buono buono fra le fodere di seta. Rimisi la
borsetta lì dov'era, mi ficcai giacca e scarpe, poi andai sul
pianerottolo a origliare. Non si sentiva nulla. Dov'era andata, Dio
solo lo sa. In un batter d'occhio ero di nuovo all'armadio a trafficare
con la borsetta. Intascai i cento franchi, e
anche tutti gli spiccioli. Poi, chiusa pian piano la porta, in punta
di piedi raggiunsi la scala e appena
messo piede in strada me ne andai con la fretta che mi consentirono
le gambe. Al Café Boudon mi fermai per uno spuntino. Le puttane
se la spassavano a canzonare un grassone che si era addormentato dinanzi
al piatto. Dormiva sodo, anzi russava, eppure le mascelle continuavano
a masticare, meccanicamente. Nel locale c'era gran confusione. Si sentiva
gridare: "Tutti a bordo!" e poi un concerto di coltelli e
forchette sbattute. L'uomo aprì un attimo gli occhi, li sbattè
stupefatto, e poi la testa gli ricadde sul petto. Nascosi accuratamente
i cento franchi nel taschino dei calzoni, alla cintura, e contai gli
spiccioli. Cresceva il fracasso attorno a me e io non ricordavo se sul
diploma c'era scritto "con lode" oppure no. Mi seccava. Della
mamma invece non m'importava niente. Speravo che fosse crepata, ormai.
Strano, se fosse vero quel che lei m'aveva detto. Troppo bello per crederci.
Vite chéri... vite, vite! E quell'altra mezza matta col
suo "mio buon signore" e "lei ha un viso così
gentile!" Mi chiesi se davvero aveva preso una stanza all'albergo
dove ci eravamo fermati.
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