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Quello che al di là delle paratie di seta doveva essere un
pomeriggio, passò senza che Emmanuelle avesse il tempo di far
altro che sgranocchiare pasticcini, bere tè, sfogliare senza
leggerla una rivista che l'hostess le ha prestato (rifiutando di accettarne
una seconda, per non venire distratta dalla sensazione nuova del "
volare ").
Un po' più tardi, hanno preparato davanti -a lei un tavolino
e le hanno servito, in recipienti di forme insolite, piatti numerosi
e di difficile identificazione. Una bottiglietta da un quarto di champagne
era collocata in una cavità del vassoio, e Emmanuelle se ne servì
più volte in un minuscolo calice. Le sembrò che il pranzo
durasse ore, ma non aveva fretta che finisse, tanto le piaceva la scoperta
di questo nuovo gioco. Vi furono vari dessert, caffè in tazzine
da bambola e liquori in bicchieri immensi. Quando vennero a portar via
i tavoli, Emmanuelle aveva ormai raggiunto la certezza di voler profittare
al massimo della sua avventura, di gustare la dolcezza della vita.
Si sentiva leggera e un po' addormentata. Constatò di non essere
neanche più prevenuta nei confronti dei gemelli. L'hostess andava
e veniva, e non mancava di lanciarle, al passaggio, qualche parola simpatica.
Quando era assente, Emmanuelle non si spazientiva.
Si chiese che ora poteva essere e se era tempo di addormentarsi. Ma
in realtà non si aveva forse la libertà di dormire quando
si voleva, in questa culla alata, già tanto lontana dalla superficie
della terra, avendo raggiunto quella parte dello spazio in cui non vi
sono più né venti né nubi e in cui Emmanuelle non
era neppur certa che esistessero ancora il giorno e la notte?
Le ginocchia di Emmanuelle sono nude sotto la luce dorata che cade
dai diffusori. La gonna le ha scoperte, e gli occhi dell'uomo non le
abbandonano.
Ella ha coscienza che le ginocchia sono levate verso questo sguardo
perché esso ne prenda piacere. Ma come potrebbe lasciarsi andare
al ridicolo di ricoprirle ... e poi, come potrebbe farlo? La gonna non
può diventare più lunga. D'altronde, perché dovrebbe
avere improvvisamente vergogna delle sue ginocchia, lei, a cui piace
di solito giocare a lasciarle scoperte? Sotto il nylon invisibile, il
movimento delle loro fossette riempie d'agili ombre il colore di pane
tostato della loro pelle. Sa quale turbamento fanno nascere. A forza
di guardarle, più nude perché strette l'una contro l'altra
come all'uscita da un bagno di mezzanotte sotto il fascio di luce di
un proiettore, ella stessa sente, in questo momento, le tempie pulsare
più rapidamente e le labbra inturgidirsi di sangue. Ben presto
le palpebre le si chiudono e Emmanuelle si vede non più in parte,
ma tutta nuda, abbandonata alla tentazione di questa contemplazione
narcisistica di fronte alla quale sa che sarà, ancora auna volta,
priva di difesa.
Resistette, ma solo per meglio assaporare, lentamente, le delizie dell'abbandono.
Che s'annunciò con un diffuso languore, una specie di tiepida
coscienza di tutto il suo corpo, un desiderio di rilassamento, di apertura,
di pienezza, ancora senza una precisa fantasticheria o un'emozione identificabile:
nient'altro che la stessa soddisfazione fisica che avrebbe provato a
stirarsi al sole su una spiaggia calda di sabbia. Poi, a poco a poco,
mentre la superficie delle sue labbra diveniva più brillante,
mentre i suoi seni si gonfiavano e le gambe si tendevano, sensibili
al minimo contatto, la sua mente si mosse alla ricerca di immagini inizialmente
quasi informi, per molto tempo senza connessioni ma sufficienti a far
sì che le mucose si umettassero e le reni cominciassero a inarcarsi.
Quasi impercettibili, ma costanti, le vibrazioni attutite dello scafo
di metallo accordavano la loro frequenza a quella di Emmanuelle, cercando
armonie nel ritmo del suo corpo. Un'onda le saliva lungo le gambe, partendo
dalle ginocchia (chimerici epicentri di questo tremolio di sensazioni
senza contorni), risuonando inesorabilmente alla superficie delle cosce,
sempre più in alto, scuotendo di brividi Emmanuelle.
Ormai i fantasmi accorrevano ossessivi: labbra che si posavano sulla
sua pelle, organi d'uomini e di donne (i cui volti restavano ambigui),
falli che avevano fretta di toccarla, di sfregarsi contro di lei, di
aprirsi un passaggio tra le sue ginocchia, forzando le sue gambe, aprendo
il suo sesso, penetrandolo con sforzo, una fatica che la colmava. Il
loro movimento era quello di un continuo progredire: non tornavano indietro;
uno dopo l'altro, affondavano nell'ignoto del corpo di Emmanuelle, attraverso
la stretta via che non si stancavano di perlustrare, quasi non trovassero
mai limiti alla loro corsa, camminando senza fine nel suo interno, saziandola
di carne e liberandosi dentro di lei dei loro umori.
L'hostess credette che Emmanuelle dormisse e abbassò con precauzione
la spalliera, trasformando il sedile in cuccetta. Distese una coperta
di cachemire sulle lunghe gambe illanguidite che il movimento della
poltrona aveva scoperto sino a metà coscia. Allora l'uomo si
alzò e compì egli stesso la manovra che portava la sua
poltrona al livello di quella della vicina di cabina. I bambini s'erano
assopiti. L'hostess augurò la buona notte e spense le luci del
soffitto. Solo due lampadine schermate dalla luce violetta impedivano
agli oggetti e alle persone di perdere qualsiasi forma.
Emmanuelle si era abbandonata senza aprire gli occhi alle cure che le
venivano prodigate. La sua fantasticheria non aveva però nel
frattempo perso nulla della sua intensità né della sua
urgenza. La mano destra le scivolava adesso lungo il ventre, molto lentamente,
trattenendosi, fino a raggiungere il livello del pube, sotto la coperta
leggera che il suo procedere faceva increspare. Ma, in questa penombra,
chi poteva vederla? Con la punta delle dita esplorava, scavava la soffice
seta della gonna, la cui aderenza impediva che le gambe s'allargassero:
tendevano la stoffa, nello sforzo di aprirsi, e vi riuscirono in parte,
finalmente, sì da permettere alle dita di sentire, attraverso
il tessuto sottilissimo, il bottone di carne in erezione che stavano
cercando e sul quale premettero con dolcezza.
Per qualche secondo Emmanuelle lasciò che l'ovazione del suo
corpo si placasse. Cercò di ritardarne lo sfogo. Ma, non riuscendo
a trattenersi oltre, cominciò, con un lamento soffocato, a dare
al suo medio l'impulso minuzioso e dolce che doveva portarla all'orgasmo.
Quasi immediatamente, la mano dell'uomo si posò sulla sua.
Col respiro mozzato, Emmanuelle sentì che i muscoli e i nervi
le si intrecciavano come se un getto d'acqua gelida l'avesse frustata
in pieno ventre. Rimase immobile, non svuotata di sensazioni, ma con
ogni sensazione e ogni pensiero irrigiditi, come in un film di cui si
interrompa lo svolgimento senza offuscare l'immagine. Non ebbe paura,
ne fu, a dire il vero, sorpresa. Non ebbe neppure la sensazione di essere
stata colta in fallo. In realtà non era in grado, in quel momento,
di formulare un giudizio né sul gesto dell'uomo né sulla
propria condotta. Aveva registrato l'avvenimento. poi la sua coscienza
si era paralizzata. Ora, in tutta evidenza, attendeva ciò che
avrebbe sostituito i suoi sogni crollati.
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