Racconti e Poesie
Florence Dugas
 
 
 

 

 

 

 

 

 

J.P.

(Da: "Dolorosa Soror")

 
 

Come l'aveva incontrata? All'università, come tutti. Per un corso su alcuni testi libertini del XVIII secolo, in cui ogni studente a turno doveva fare una rapida relazione sul tema. Lei aveva scelto di trattare l'omosessualità nella letteratura illuminista. " Ottima scelta, signorina ". Mi sembra di vederlo, tutto fremente. Lei aveva avuto l'imprudenza di parlare soltanto di uomini, scrittori affetti dal "vizietto" o "ometti di carta". Allora, non ci sono omosessuali se non a Sodoma? Lei fu stangata brutalmente, e dovette ripetere alla sessione di settembre. Ma a quanto pare, non se l'era presa.
Dopo l'aveva ingaggiata per posare per lui - un hobby per cui non gli mancava il talento, non tanto come fotografo (era l'apparecchio a realizzare il novanta per cento dello scatto, e il resto era frutto del caso), ma come scenografo: per cogliere la posa e l'espressione adeguate, raccontava delle storie, a cui vi faceva partecipare come durante la prova di un film, ed improvvisamente fissava con lo scatto un momento della narrazione. Il suo scopo, mi aveva spiegato varie volte in modo diverso, era ritrovare la sensazione che tutti i bambini hanno provato guardando, esposte al pubblico, le locandine dei film in visione. Forse esagerava un po', ma immaginava, a partire dai pochi scatti casuali, uno scenario delirante e barocco in cui le foto avessero un ruolo preciso per raccontargli una storia, sicuramente sgradevole.
Ho detto barocco e sgradevole, perché fece posare anche me, e dopo mi mostrò gli scatti di Nathalie - oltre a quelli che noi realizzammo insieme...
Abito in un grande monolocale. L'ingresso da direttamente su una minuscola cucina, di quelle così comuni a Parigi. Poi, passando attraverso una cornice senza porta, si raggiunge un grande ambiente rettangolare illuminato da un finestrone in fondo, sulla parete più piccola.
Delle due stanze originarie non rimane che, sul soffitto, una trave rivestita di gesso, e le modanature con foglie e frutti, tipicamente anni Venti. Al centro del soffitto della prima metà, là dove c'era un tempo un vano cieco, sopravvivono altre modanature con foglie e un anello metallico, ultima traccia di un lampadario scomparso.
L'illuminazione proviene da una serie di proiettori e di lampade alogene.
Il letto è una imitazione anni Venti, il modern style nella sua accezione più geometrica, testata e piedi di uguale altezza, composti da barre di ottone un tempo dorate, ma consumate (senza dubbio falsamente) dagli anni.
Sul letto c'è una coperta, nera da un lato e rossa dall'altro.
Ho ritinteggiato tutti i muri di colore bianco, tagliato al dieci per cento con un rosso aranciato che da all'insieme una vaga luminescenza di pesca. Da un lato, un grande specchio che sale fino al soffitto, e vicino alla finestra, dall'altra parte del letto, uno scrittoio e una piccola libreria.
Il mio unico mobile contenitore, e il mio unico lusso, è una grande e autentica madia, trasformata in guardaroba.
Per terra, piastrelle esagonali, color biscotto - molto belle, ma che non curo come dovrei.


Mi ama? Senza dubbio, altrimenti non mi avrebbe frustata, e non mi avrebbe data via così. Gode nel vedere la sua donna farsi scopare da un altro. In compenso, non sopporta di immaginarla a letto con uno scelto liberamente da lei. Perché in quel caso non sarebbe lui a provocare o dominare gli eventi. Giochi di potere: o forse non mi ama?
Un giorno mi ha fatto una scenata spaventosa perché non aveva potuto raggiungermi per tre giorni di fila - lui mi lasciava senza sue notizie per intere settimane. In effetti, s'era verificata la sfortunata coincidenza della malattia di mia nonna, nell'estrema periferia, e di un guasto alla segreteria telefonica. Ma dov'ero, e con chi? Ho provato un tale piacere nel sentirmi così amata - anche se era solo il riflesso del suo egoismo e della sua gelosia - che invece di dirgli di mia nonna, mi sono chiusa in un silenzio carico di sottintesi e di ambiguità.
Per questo mi ha punita, con la ferocia e la puntualità con cui sfogava le sue passioni. Abbiamo comprato insieme una frusta da addestramento, una lunga minaccia di cuoio finemente intrecciato. Mi ha marchiata dai polpacci alle spalle. Le cicatrici hanno impiegato più di dieci giorni per attenuarsi. E ogni giorno durante quel periodo è venuto, al mattino presto, veloce come il vento, giusto il tempo per godere nella mia bocca - la cosa che amo di meno al mondo quando è soltanto fine a se stessa.
In effetti, ha ben presto notato che mi stavo abituando all'idea della punizione. Tipicamente, cercava di guarirmi e contemporaneamente di goderne. "Ma di che diavolo sei colpevole? ". La domanda che mi ponevo così sovente non aveva risposta. Allo spasmo del dolore, sentivo affiorare talvolta una strana sensazione, l'impressione di aver già visto e vissuto tutto quello, ma di non riuscire a focalizzarlo.
" Può essere " mi disse un giorno in cui evocavo con lui questa sensazione. "Forse dovrei frustarti finché non ti torna in mente... Ma penso che dovresti essere tu a sforzarti, e che non sia ancora pronta. Il dolore spezza certe resistenze - come fanno la fatica fisica, o il sogno, o il lavoro paziente dello psicoanalista. Ma le tue resistenze sono ancora troppo forti, dovrei frustarti troppo a lungo, e io non voglio ne ucciderti ne mutilarti ".
"Grazie, grazie molte! ".
" Di nulla. Ma so che tu insegui un ricordo, un ricordo rimosso e sotterrato. Qualcosa di cui ti senti colpevole - senza esserlo, ovviamente: le vere colpe si celano sempre dietro l'innocenza ".

" È strano: ti frusto sapendo di aiutarti così a ritrovare la luce che ti permetterà di non aver più ne bisogno ne voglia di essere frustata. E come farò ad amarti, allora? ".


Dolore e umiliazione: una terapia singolare...
Spunta non appena io esco dalla doccia, scherzoso e affascinante; io mi stringo a lui, completamente nuda - la mia pelle ancora umida contro le gocce di pioggia del suo giubbotto di pelle. Rabbrividisco.
Mi intima di non rivestirmi.
Mi ordina di mettermi al centro della stanza a quattro zampe, appoggiata sui gomiti, con le cosce un po' aperte. Lancio uno sguardo di sbieco per vedermi nel grande specchio. Grottesca e penosa. Ho l'impressione di avere i seni penduli della lupa di Roma.
Con alcune corde che ha portato, mi lega per costringermi in questa postura: le braccia unite alle ginocchia, le caviglie bloccate al termosifone due metri più in là, il collo stretto da un'altra corda che mi ammanetta anche i polsi, ed è fissata ai piedi del letto. Un'altra corda molto stretta fa un doppio giro sopra e sotto i miei seni facendoli schizzare come mani tese fra sbarre di canapa.
Mi lascia appena il tempo di gettare una rapida occhiata di sbieco nello specchio, per farmi apprezzare la confezione regalo, l'oggetto che sono diventata, poi mi benda gli occhi.
Mi passa dietro e mi unge con vaselina il sesso e l'ano - dentro e fuori. I suoi gesti hanno una precisione clinica, e non mi provocano nessun tipo di eccitazione. Nient'altro che terrore.
Sento una serie di leggeri scatti metallici, poi intravedo da sotto la benda il lampo di un flash, sento il rumore ostile dell'apparecchio che viene riarmato.
Ho tenuto quelle foto, e ancor oggi non posso rivedere senza provare un'emozione indicibile l'immagine di quella ragazza anonima, con una benda nera sugli occhi, e la carne stretta da nodi assurdi, sottomessa a ogni aspettativa, con il cuore in gola - l'immagine stessa dell'angoscia.
Sono lì accovacciata per terra, le chiappe inarcate per la posizione che mi ha costretta ad assumere. Le corde mi segano la pelle. Sento la porta richiudersi. Chiamo, nessuna risposta. La mia voce mi sembra strana, come inspiegabilmente lontana.
Aspetto a lungo, e le ginocchia iniziano a farmi male. Le corde sono strette e tese e non mi permettono nessun movimento. Riesco a malapena a respirare. Cerco di farmi scivolare la benda dagli occhi sfregando la tempia sulla spalla, ma invano.

Di nuovo la porta. Rumore di passi. Ma non è solo. Ho la certezza che siano almeno in due.
Un groppo enorme nello stomaco. Le mani fradice sul pavimento.
Due mani si artigliano ai miei fianchi, un cazzo mi inforca, rapido, preciso, e arriva a sbattere sul fondo della mia vagina - non posso impedirmi di urlare.
Lampi di flash si insinuano sotto la benda. L'uomo si agita nel mio ventre. Quasi subito qualcuno mi solleva la testa - la corda mi sfrega la nuca - ed un altro cazzo mi forza le labbra.
Nausea.
Lo scatto della macchina fotografica.
Non entrerò nei dettagli. Mi ha tenuta legata così per tutto il giorno - liberandomi solo una volta, ma senza sbendarmi, per portarmi a far pipì, poi mi ha nuovamente legata. Ha fotografato senza tregua, con inquadrature molto vicine che non permettevano di identificare il soggetto; solo le mie natiche, la mia pancia e la bocca, e poi la pancia, i fianchi e il cazzo di quelli che mi penetravano.
Aveva dovuto imporre alcune regole: una volta installati, dovevano eiaculare là dove si erano ficcati. Quel giorno ho bevuto più sperma di quanto ne avessi mai inghiottito in tutta la mia vita. Sono stata sodomizzata ripetutamente. Può darsi che anche questo facesse parte del rito. Solo in pochi hanno preferito il mio ventre, ma sono stati comunque abbastanza numerosi perché sentissi, ben presto, lo sperma colarmi sulle cosce.
Chi erano? JP mi ha mostrato le foto due giorni dopo: belle stampe brillanti in 13x18, con i colori netti e chiari di una pellicola a grana fine. In tutto, ventitré uomini mi avevano penetrata quel giorno. Peli ricciuti su pancioni cascanti, o muscoli tesi. Pochi i biondi. Uno di loro li ha completamente grigi. I cazzi sono di tutte le forme e le misure. Quattro si protendono da ventri piatti ed imberbi, senz'altro di adolescenti, e tutti hanno scelto la mia bocca. Altri sono ricurvi come banane, o contorti come tronchi, o magri e granulosi come salsicce di Auvergne, o corti e tozzi, grossi frutti purpurei esplosi sul ramo...
Nei film o nelle riviste porno, si vede sempre uno stesso modello di uccello, di dimensione quasi costante, come se fosse stato imposto uno standard - un po' come i seni ipertrofici, iperrealisti, delle star femminili dell'hard.
E poi cazzi di tutti i colori. Uomini dalla pelle molto scura, il cui glande violaceo viene a baciare le mie labbra. Un asiatico con i peli appena ondulati. Tre neri, molto neri - tutti e tre nel culo.
C'è anche qualche foto scattata appena l'hanno sfilato, o nell'intervallo fra due visite. Primo piano sul mio viso, sempre inondato di lacrime - tutti quei porci hanno tracimato dalla mia bocca. Primo piano sul mio culo, il buco aperto, allargato, ansante come la bocca di una carpa, incredibilmente dilatato. Il sesso sbadiglia come una conchiglia che abbia rinunciato a custodire le sue perle - lacrime di sperma, fissate dallo scatto, stillano da ogni mio buco.

 
Florence Dugas