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Come l'aveva incontrata? All'università, come tutti. Per
un corso su alcuni testi libertini del XVIII secolo, in cui ogni studente
a turno doveva fare una rapida relazione sul tema. Lei aveva scelto
di trattare l'omosessualità nella letteratura illuminista. "
Ottima scelta, signorina ". Mi sembra di vederlo, tutto fremente.
Lei aveva avuto l'imprudenza di parlare soltanto di uomini, scrittori
affetti dal "vizietto" o "ometti di carta". Allora,
non ci sono omosessuali se non a Sodoma? Lei fu stangata brutalmente,
e dovette ripetere alla sessione di settembre. Ma a quanto pare, non
se l'era presa.
Dopo l'aveva ingaggiata per posare per lui - un hobby per cui non gli
mancava il talento, non tanto come fotografo (era l'apparecchio a realizzare
il novanta per cento dello scatto, e il resto era frutto del caso),
ma come scenografo: per cogliere la posa e l'espressione adeguate, raccontava
delle storie, a cui vi faceva partecipare come durante la prova di un
film, ed improvvisamente fissava con lo scatto un momento della narrazione.
Il suo scopo, mi aveva spiegato varie volte in modo diverso, era ritrovare
la sensazione che tutti i bambini hanno provato guardando, esposte al
pubblico, le locandine dei film in visione. Forse esagerava un po',
ma immaginava, a partire dai pochi scatti casuali, uno scenario delirante
e barocco in cui le foto avessero un ruolo preciso per raccontargli
una storia, sicuramente sgradevole.
Ho detto barocco e sgradevole, perché fece posare anche me, e
dopo mi mostrò gli scatti di Nathalie - oltre a quelli che noi
realizzammo insieme...
Abito in un grande monolocale. L'ingresso da direttamente su una minuscola
cucina, di quelle così comuni a Parigi. Poi, passando attraverso
una cornice senza porta, si raggiunge un grande ambiente rettangolare
illuminato da un finestrone in fondo, sulla parete più piccola.
Delle due stanze originarie non rimane che, sul soffitto, una trave
rivestita di gesso, e le modanature con foglie e frutti, tipicamente
anni Venti. Al centro del soffitto della prima metà, là
dove c'era un tempo un vano cieco, sopravvivono altre modanature con
foglie e un anello metallico, ultima traccia di un lampadario scomparso.
L'illuminazione proviene da una serie di proiettori e di lampade alogene.
Il letto è una imitazione anni Venti, il modern style nella sua
accezione più geometrica, testata e piedi di uguale altezza,
composti da barre di ottone un tempo dorate, ma consumate (senza dubbio
falsamente) dagli anni.
Sul letto c'è una coperta, nera da un lato e rossa dall'altro.
Ho ritinteggiato tutti i muri di colore bianco, tagliato al dieci per
cento con un rosso aranciato che da all'insieme una vaga luminescenza
di pesca. Da un lato, un grande specchio che sale fino al soffitto,
e vicino alla finestra, dall'altra parte del letto, uno scrittoio e
una piccola libreria.
Il mio unico mobile contenitore, e il mio unico lusso, è una
grande e autentica madia, trasformata in guardaroba.
Per terra, piastrelle esagonali, color biscotto - molto belle, ma che
non curo come dovrei.
Mi ama? Senza dubbio, altrimenti non mi avrebbe frustata, e non mi avrebbe
data via così. Gode nel vedere la sua donna farsi scopare da
un altro. In compenso, non sopporta di immaginarla a letto con uno scelto
liberamente da lei. Perché in quel caso non sarebbe lui a provocare
o dominare gli eventi. Giochi di potere: o forse non mi ama?
Un giorno mi ha fatto una scenata spaventosa perché non aveva
potuto raggiungermi per tre giorni di fila - lui mi lasciava senza sue
notizie per intere settimane. In effetti, s'era verificata la sfortunata
coincidenza della malattia di mia nonna, nell'estrema periferia, e di
un guasto alla segreteria telefonica. Ma dov'ero, e con chi? Ho provato
un tale piacere nel sentirmi così amata - anche se era solo il
riflesso del suo egoismo e della sua gelosia - che invece di dirgli
di mia nonna, mi sono chiusa in un silenzio carico di sottintesi e di
ambiguità.
Per questo mi ha punita, con la ferocia e la puntualità con cui
sfogava le sue passioni. Abbiamo comprato insieme una frusta da addestramento,
una lunga minaccia di cuoio finemente intrecciato. Mi ha marchiata dai
polpacci alle spalle. Le cicatrici hanno impiegato più di dieci
giorni per attenuarsi. E ogni giorno durante quel periodo è venuto,
al mattino presto, veloce come il vento, giusto il tempo per godere
nella mia bocca - la cosa che amo di meno al mondo quando è soltanto
fine a se stessa.
In effetti, ha ben presto notato che mi stavo abituando all'idea della
punizione. Tipicamente, cercava di guarirmi e contemporaneamente di
goderne. "Ma di che diavolo sei colpevole? ". La domanda che
mi ponevo così sovente non aveva risposta. Allo spasmo del dolore,
sentivo affiorare talvolta una strana sensazione, l'impressione di aver
già visto e vissuto tutto quello, ma di non riuscire a focalizzarlo.
" Può essere " mi disse un giorno in cui evocavo con
lui questa sensazione. "Forse dovrei frustarti finché non
ti torna in mente... Ma penso che dovresti essere tu a sforzarti, e
che non sia ancora pronta. Il dolore spezza certe resistenze - come
fanno la fatica fisica, o il sogno, o il lavoro paziente dello psicoanalista.
Ma le tue resistenze sono ancora troppo forti, dovrei frustarti troppo
a lungo, e io non voglio ne ucciderti ne mutilarti ".
"Grazie, grazie molte! ".
" Di nulla. Ma so che tu insegui un ricordo, un ricordo rimosso
e sotterrato. Qualcosa di cui ti senti colpevole - senza esserlo, ovviamente:
le vere colpe si celano sempre dietro l'innocenza ".
" È strano: ti frusto sapendo di aiutarti così a
ritrovare la luce che ti permetterà di non aver più ne
bisogno ne voglia di essere frustata. E come farò ad amarti,
allora? ".
Dolore e umiliazione: una terapia singolare...
Spunta non appena io esco dalla doccia, scherzoso e affascinante; io
mi stringo a lui, completamente nuda - la mia pelle ancora umida contro
le gocce di pioggia del suo giubbotto di pelle. Rabbrividisco.
Mi intima di non rivestirmi.
Mi ordina di mettermi al centro della stanza a quattro zampe, appoggiata
sui gomiti, con le cosce un po' aperte. Lancio uno sguardo di sbieco
per vedermi nel grande specchio. Grottesca e penosa. Ho l'impressione
di avere i seni penduli della lupa di Roma.
Con alcune corde che ha portato, mi lega per costringermi in questa
postura: le braccia unite alle ginocchia, le caviglie bloccate al termosifone
due metri più in là, il collo stretto da un'altra corda
che mi ammanetta anche i polsi, ed è fissata ai piedi del letto.
Un'altra corda molto stretta fa un doppio giro sopra e sotto i miei
seni facendoli schizzare come mani tese fra sbarre di canapa.
Mi lascia appena il tempo di gettare una rapida occhiata di sbieco nello
specchio, per farmi apprezzare la confezione regalo, l'oggetto che sono
diventata, poi mi benda gli occhi.
Mi passa dietro e mi unge con vaselina il sesso e l'ano - dentro e fuori.
I suoi gesti hanno una precisione clinica, e non mi provocano nessun
tipo di eccitazione. Nient'altro che terrore.
Sento una serie di leggeri scatti metallici, poi intravedo da sotto
la benda il lampo di un flash, sento il rumore ostile dell'apparecchio
che viene riarmato.
Ho tenuto quelle foto, e ancor oggi non posso rivedere senza provare
un'emozione indicibile l'immagine di quella ragazza anonima, con una
benda nera sugli occhi, e la carne stretta da nodi assurdi, sottomessa
a ogni aspettativa, con il cuore in gola - l'immagine stessa dell'angoscia.
Sono lì accovacciata per terra, le chiappe inarcate per la posizione
che mi ha costretta ad assumere. Le corde mi segano la pelle. Sento
la porta richiudersi. Chiamo, nessuna risposta. La mia voce mi sembra
strana, come inspiegabilmente lontana.
Aspetto a lungo, e le ginocchia iniziano a farmi male. Le corde sono
strette e tese e non mi permettono nessun movimento. Riesco a malapena
a respirare. Cerco di farmi scivolare la benda dagli occhi sfregando
la tempia sulla spalla, ma invano.
Di nuovo la porta. Rumore di passi. Ma non è solo. Ho la certezza
che siano almeno in due.
Un groppo enorme nello stomaco. Le mani fradice sul pavimento.
Due mani si artigliano ai miei fianchi, un cazzo mi inforca, rapido,
preciso, e arriva a sbattere sul fondo della mia vagina - non posso
impedirmi di urlare.
Lampi di flash si insinuano sotto la benda. L'uomo si agita nel mio
ventre. Quasi subito qualcuno mi solleva la testa - la corda mi sfrega
la nuca - ed un altro cazzo mi forza le labbra.
Nausea.
Lo scatto della macchina fotografica.
Non entrerò nei dettagli. Mi ha tenuta legata così per
tutto il giorno - liberandomi solo una volta, ma senza sbendarmi, per
portarmi a far pipì, poi mi ha nuovamente legata. Ha fotografato
senza tregua, con inquadrature molto vicine che non permettevano di
identificare il soggetto; solo le mie natiche, la mia pancia e la bocca,
e poi la pancia, i fianchi e il cazzo di quelli che mi penetravano.
Aveva dovuto imporre alcune regole: una volta installati, dovevano eiaculare
là dove si erano ficcati. Quel giorno ho bevuto più sperma
di quanto ne avessi mai inghiottito in tutta la mia vita. Sono stata
sodomizzata ripetutamente. Può darsi che anche questo facesse
parte del rito. Solo in pochi hanno preferito il mio ventre, ma sono
stati comunque abbastanza numerosi perché sentissi, ben presto,
lo sperma colarmi sulle cosce.
Chi erano? JP mi ha mostrato le foto due giorni dopo: belle stampe brillanti
in 13x18, con i colori netti e chiari di una pellicola a grana fine.
In tutto, ventitré uomini mi avevano penetrata quel giorno. Peli
ricciuti su pancioni cascanti, o muscoli tesi. Pochi i biondi. Uno di
loro li ha completamente grigi. I cazzi sono di tutte le forme e le
misure. Quattro si protendono da ventri piatti ed imberbi, senz'altro
di adolescenti, e tutti hanno scelto la mia bocca. Altri sono ricurvi
come banane, o contorti come tronchi, o magri e granulosi come salsicce
di Auvergne, o corti e tozzi, grossi frutti purpurei esplosi sul ramo...
Nei film o nelle riviste porno, si vede sempre uno stesso modello di
uccello, di dimensione quasi costante, come se fosse stato imposto uno
standard - un po' come i seni ipertrofici, iperrealisti, delle star
femminili dell'hard.
E poi cazzi di tutti i colori. Uomini dalla pelle molto scura, il cui
glande violaceo viene a baciare le mie labbra. Un asiatico con i peli
appena ondulati. Tre neri, molto neri - tutti e tre nel culo.
C'è anche qualche foto scattata appena l'hanno sfilato, o nell'intervallo
fra due visite. Primo piano sul mio viso, sempre inondato di lacrime
- tutti quei porci hanno tracimato dalla mia bocca. Primo piano sul
mio culo, il buco aperto, allargato, ansante come la bocca di una carpa,
incredibilmente dilatato. Il sesso sbadiglia come una conchiglia che
abbia rinunciato a custodire le sue perle - lacrime di sperma, fissate
dallo scatto, stillano da ogni mio buco.
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