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"Fino alla circostanza che mi ha valso la vostra protezione",
continuò Sophie, rivolgendosi sempre a Mme de Blamont, "ben
poco posso ancora dirvi. Da quando ero arrivata in quella casa, mi veniva
pagato lo stipendio con grande puntualità, e poiché non
avevo alcuna occasione di spenderlo, lo mettevo da parte sperando di
avere l'occasione di farlo pervenire alla mia buona Isabeau, il cui
ricordo non mi abbandonava mai. Osai comunicare la mia intenzione a
M. de Mirville, non dubitando che lui stesso potesse procurarmi il modo
di realizzare quanto avevo pensato... Ingenua! Dove andavo a cercare
la compassione? Quando mai alberga nel vizio e nel libertinaggio?
Dovete dimenticare tutti i vostri affetti di campagna, mi disse brutalmente
M. de Mirville, "quella donna è già stata lautamente
pagata per le piccole cure avute per voi, non le dovete niente."
"E la mia riconoscenza, signore, questo sentimento che è
tanto dolce da nutrire, tanto bello far sbocciare?"
"Bene, bene, chimere e niente altro, i sentimenti di riconoscenza.
Non ho mai visto che desse un qualche vantaggio, e a me piacciono solo
i sentimenti che rendono. Non parliamone più, e piuttosto, dato
che possedete molti soldi, smetterò di darvene degli altri."
Rifiutata dall'uno volli ricorrere all'altro, e parlai della mia intenzione
a M. Delcour. La disapprovò ancor più energicamente: mi
disse che al posto di M. de Mirville, lui non mi avrebbe dato un soldo,
dato che il mio unico pensiero era quello di gettare il denaro dalla
finestra. Fui costretta a rinunciare alla mia opera buona, mancandomi
i mezzi per realizzarla.
Ma prima di arrivare a ciò che determinò la triste catastrofe
della mia storia, dovete sapere, signora, che i due padri più
di una volta, davanti a noi, si erano scambiati la loro autorità
sulle figlie, con la reciproca preghiera di non avere clemenza quando
esse fossero in torto, e questo per imporci il controllo su noi stesse,
sottomissione e timore con i quali tenerci legate alla catena; ora,
vi lascio immaginare se entrambi non abusarono di quella autorità;
M. de Mirville, estremamente brutale, mi trattava soprattutto con inaudita
durezza, al più lieve capriccio della sua immaginazione; e anche
se era presente M. Delcour non prendeva le mie difese, come M. Mirville
non prendeva quelle di sua figlia, quando Delcour la maltrattava, cosa
che accadeva assai sovente. Tuttavia, signora, ve lo confesso: colpevole
in tutto, complice in tutto del triste commercio in cui ero trascinata,
la natura tradì e il mio dovere e i miei sentimenti, e per punirmi
maggiormente, volle far sbocciare nel mio seno la prova del mio disonore.
Fu all'incirca allora che la mia compagna, insofferente alla vita che
conduceva, mi confessò di star meditando l'evasione.
"Non voglio scappare da sola", mi disse un giorno, "ho
trovato il modo d'interessarvi il figlio del giardiniere... è
il mio amante... mi offre la libertà; sei padrona di condividere
la nostra sorte... forse sarebbe meglio che tu aspettassi fino al parto...
e intanto mi occuperò io di renderti libera, ti troverò
un amico, verrà a prenderti e poi ci riuniremo se lo vorrai."
Il suo piano basato su un certo tipo di relazioni non mi conveniva affatto,
e se desideravo la libertà, era per vivere in modo assai diverso
da quello che stava per abbracciare la mia compagna. Accettai nondimeno
le sue offerte, convenni con lei che era meglio per me fuggire dopo
il parto; la pregai di non dimenticarmi e di disporre tutto per quel
momento. Tuttavia, per quanto volesse fare in fretta, i preparativi
determinarono dei ritardi e tutto fu pronto solo circa due mesi prima
della fine della mia gravidanza. Il momento era arrivato, lei sarebbe
evasa, quando un giorno, la vigilia di quello che aveva scelto per la
partenza, anche vigilia di quello in cui ebbi la fortuna d'incontrarvi,
mentre saliva in camera sua per andare a prendere un po' di denaro da
dare al giardiniere che doveva procurarle un appartamento ammobiliato,
mi pregò di restare con il giovane che, frettoloso di uscire,
pareva non volersi fermare un secondo di più, e di obbligarlo
ad aspettare... Fatale istante della mia sfortuna! o piuttosto
della mia fortuna, poiché fu quella circostanza a trarmi dall'abisso;
la mia sorte volle che accadesse quel che non era mai accaduto in tre
anni: M. de Mirville entrò solo e piombò su di me prima
che avessi il tempo di allontanare il giovane per nasconderlo ai suoi
occhi. Scappò velocemente, ma non senza essere visto. Impossibile
descrivere l'accesso d'ira che travolse Mirville immediatamente; il
suo bastone fu la prima arma di cui si servì, e senza alcun riguardo
per le mie condizioni, senza chiarire se ero colpevole o no, mi copre
di insulti, mi trascina attraverso tutta la camera tenendomi per i capelli,
mi minaccia di calpestare il frutto che porto in seno e che vede ora
solo come la prova della propria vergogna. Sarei morta sotto i colpi
di cui porto ancora il segno, se la Dubois non fosse accorsa e non mi
avesse strappata dalle sue mani. Allora la sua ira divenne più
fredda.
La mia punizione non sarà meno crudele, disse... Chiudete le
porte... nessuno entri, e che questa prostituta salga immediatamente
nella sua camera...
Rosa che aveva sentito tutto, ben contenta di fuggire, con questo equivoco,
a ciò che lei sola meritava, si guardava bene di dire una parola,
e la folgore si abbatté su di me... Fui seguita subito dal mio
tiranno; i suoi occhi brillavano di mille diversi sentimenti, fra i
quali credetti di discernerne di assai più terribili di quelli
dell'ira, i cui riflessi, alterando i muscoli della sua odiosa fisionomia,
me li fecero sembrare ancor più terribili... Oh! signora, come
descrivere le nuove infamie di cui fui vittima! Sono oltraggio alla
natura e al pudore, non sarei mai capace di dipingerle... Egli mi ordinò
di spogliarmi... io mi getto ai suoi piedi, gli giuro venti volte che
sono innocente, cerco d'intenerirlo in nome del funesto frutto del suo
indegno amore; lo
sventurato, agitando il mio seno con le sue palpitazioni sembrava voler
abbracciare le ginocchia del padre... si sarebbe detto che implorasse
per me la grazia... Mirville non si lasciò commuovere, vi trovava,
così pretendeva, un motivo in più di convincimento nei
confronti della mia supposta infedeltà; ogni mia giustificazione
era solo impostura, non aveva dubbi, aveva visto, nulla gli ispirava
rispetto... Mi misi come lui voleva: quando lo fui, barbare catene furono
garanzia al mio contegno.
Fui trattata con quella sorta d'ignominia scandalosa che il pedantismo
si permette sull'infanzia... Ma con una crudeltà... con un rigore...
Infine, pallida, sempre legata, barcollavo ormai... I miei occhi si
chiusero, ignoro il seguito di tanta barbarie... Ripresi i sensi fra
le braccia della Dubois... Il mio carnefice misurava la stanza a lunghi
passi, voleva aspettare le cure che mi erano date... non per pietà...
mostro... ma per sbarazzarsi più in fretta di me...
"Su", esclamò, "è pronta?"
E vedendomi nuda come aveva voluto:
"Rivestitela, rivestitela dunque, signora, e che sparisca..."
Rivuole le chiavi, si riprende tutto quel che mi aveva dato, e dandomi
due scudi:
"Tenete", mi disse, "è più che sufficiente
per condurvi da una di quelle donne pubbliche di cui è piena
la città, e che accoglierà, sicuramente, con sollecitudine,
una persona capace di comportarsi come voi vi siete comportata in casa
mia...".
"Oh!, signore", risposi piangendo, "non sopportando questa
ultima umiliazione, "son caduta nella colpa un'unica volta, e siete
stato voi a farmela commettere. Giudicate il mio pentimento dalle mie
sventure, e non recatemi ingiuria nella sciagura."
A tali parole, che avrebbero dovuto suscitare la sua compassione, se
l'anima dei tiranni si aprisse alla pietà, se il crimine che
la corrompe non la rendesse sempre sorda alle suppliche dell'innocenza,
mi afferra per le braccia, mi trascina all'altro capo della casa e mi
getta in una strada fuori mano che conduce ad una delle porte del giardino...
Che la vostra sensibilità, signora, afferri la mia situazione:
sola al calar della notte, nelle vicinanze di una città completamente
sconosciuta, nello stato in cui mi trovavo, non sapendo quasi come comportarmi,
lacera, ferita per ogni dove, non avendo neppure la risorsa delle lacrime,
ahimè! non riuscivo neppure a piangere.
Non sapendo dove volgere i passi, mi gettai sulla soglia della porta
che mi era stata chiusa in faccia... Mi precipitai sulle tracce del
mio stesso sangue... decisa a trascorrere così la notte. "Barbaro"
mi dicevo, "non vorrà togliermi anche l'aria che ho la sfortuna
di respirare ancora... Non m'impedirà il rifugio delle bestie,
e il ciclo avrà pietà di me, forse mi farà morire
in pace". A un certo punto mi credetti perduta: sentii qualcuno
passare vicino a me... Lui che mi faceva cercare? Voleva portare a compimento
il suo delitto, voleva togliermi
quel po' di vita che detestavo? O il rimorso, forse, in quell'anima
di fango faceva appello ad un istante di pietà? Comunque, passarono
velocemente oltre; venne il giorno, mi alzai, e decisi subito di raggiungere
la casa della mia cara Isabeau, certa che non mi avrebbe rifiutato l'asilo
promesso... Partii dunque... ed erano quattro giorni che camminavo,
trascinandomi come potevo, indolenzita di botte palpitante di paura,
affaticata per il peso del mio seno, non osando quasi più nutrirmi,
nel timore di non riuscire ad arrivare a Berseuil con il poco denaro
che avevo; credo di esservi arrivata vicina, quando mi perdetti e i
dolori mi fecero fremere. Fu dove ebbi l'onore di incontrare il signore",
disse Sophie indicandomi, "e per quanto spaventosa sia la mia situazione",
proseguì fissando Mme de Blamont "la considero una grazia
del cielo, perché mi assicura il sostegno di una signora la cui
pietà mi soccorre, e la cui bontà mi farà trovare
colei che chiamo madre. Sono giovane, oso aggiungere che sono assennata,
se ho mancato, Dio mi è testimone che è stato mio malgrado.
Riparerò... Non avrò che lacrime per questo... Aiuterò
la mia buona Isabeau nelle faccende di casa, e se non avrò l'agiatezza
che il crimine mi aveva procurato, troverò almeno la tranquillità
e non avrò rimorsi."
Giunti a questo punto, lacrime scorsero da tutti i presenti; Sophie,
troppo commossa per trattenere le sue, ci pregò di lasciarla
sola un momento. Ci ritirammo per andare a rinnovare le nostre congetture,
e siccome il corriere parte, sono costretto, mio caro Valcour, di lasciarti
alle tue, assicurandoti che sarà mia prima cura comunicarti in
ogni particolare quanto ci sarà stato possibile scoprire di questa
infelice avventura.
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