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Sono nata a Parigi, da un uomo e da una donna la cui reputazione molto
equivoca non doveva far sperare, per il frutto del loro amore, in qualità
morali troppo estese. Mio padre era guardiano dei cappuccini del Marais;
mia madre una graziosa birbante del quartiere, che padre Siméon,
autore della mia nascita, manteneva col danaro del convento, in una
casa non troppo lontana. Avevo un fratello più vecchio di me
di un anno, risultato dello stesso intrigo, e che Pauline, mia madre,
allevava come me con principi assai trascurati. Questo fratellino, chiamato
de l'Aigle dal nome della famiglia di mio padre, era insieme il più
bei fanciullo e il più insigne libertino che forse vi fosse in
tutta Parigi.
Le inclinazioni viziose erano in lui manifeste fin dai giovani anni;
e la canaglietta ci teneva moltissimo a suggerirmele tutte. Aveva appena
dieci anni ed era già porcaccione, ubriacone, ladro e crudele,
mi ispirava ogni vizio, raccomandandomeli tutti con forza d'intelletto
e di ragione veramente straordinaria per la sua età. Fu lui a
rivelarmi i segreti della nostra nascita, facendo sorgere in me, per
coloro che l'avevano provocata, il massimo disprezzo. Tuttavia de l'Aigle
amava sua madre, e si vedeva chiaramente che persino la concupiva.
- Ho solo dieci anni, Séraphine, mi diceva talvolta; ma andrei
a letto con mia madre, e bene quanto Siméon; sono sicurissimo
che sarei altrettanto in gamba... Li ho visti... so tutto, e quando
vuoi t'insegno.
Disgraziatamente, come ho detto, Pauline favoriva un poco quelle cattive
predisposizioni: idolatrava mio fratello, lo faceva dormire con lei,
e de l'Aigle non ci mise troppo tempo a dirmi che era la madre incestuosa
a insegnarle una grande parte delle cose intorno alle quali aveva tanta
voglia d'istruirmi. Quest'intemperanza poteva essere tollerata dall'età
di mia madre la quale, avendo messo al mondo mio fratello a tredici
anni, ne aveva appena ventitré. Piena di ardore e graziosa come
un angelo, la birbante, scusata dalla natura, ascoltava molto più
la sua voce di quella della ragione. Mi era stato facile vedere, dai
consigli che da lei ricevevo, che la sua morale era assai rilassata.
Ma non avendo ancora abbastanza comprendonio per interpretarne i motivi,
prendevo per tenerezza ciò che era effetto della completa corruzione.
Questi erano all'incirca i motivi per i quali veniva trascurata la nostra
educazione; ci insegnavano quasi soltanto a leggere e scrivere; ma non
ad avere una qualche attitudine... niente morale... niente religione.
Siméon, il più empio, il più libertino degli uomini,
aveva espressamente proibito che qualcuno ci parlasse di Dio.
- Sarebbe da desiderare, diceva, che avessero sgozzato chi per primo
ne pronunciò il nome. Salviamo la gioventù da conoscenze
così pericolose: saranno altrettanti esseri sfuggiti all'errore.
Possano agire parimenti tutti i padri! scenderebbe la filosofia su ogni
uomo.
Ecco, mi direte forse, una grande dose d'intelligenza per un cappuccino,
ma mio padre ne aveva. Era per giunta molto libertino; ed è infatti
vero che simile difetto riguarda sempre i grandi uomini, e ben raramente
colui che è provvisto di lumi è esente dall'ateismo o
dall'immoralità.
Benché l'intrigo fra Siméon e la mia rispettabile madre
durasse da tredici anni, siccome l'aveva sverginata a dieci, e lei stessa
fosse il frutto di un primo legame di quel reverendo padre con una bottegaia
del quartiere, donde risultava che Pauline, insieme figlia sua e amante,
per meritare il suo cuore aveva un duplice titolo; benché fossero,
dicevo, tredici anni che la faccenda andava avanti, in ragione del duplice
legame di cui dicevo, l'amicizia fra di loro non si era per niente raffreddata.
L'assoluta compiacenza di mia madre, l'estrema sua docilità ai
capricci irregolari del cappuccino, insomma, in una parola, l'insieme
di tutti questi motivi gli rendeva la compagnia di Pauline preziosa,
e non c'era giorno in cui non venisse a passare cinque o sei ore in
casa. Il superiore del convento, Padre Ives, che manteneva dal canto
suo una graziosissima ragazza di diciotto anni chiamata Luce, si univa
alla coppia con l'amante. Insieme alle due coppie vi era, per ciascuna,
una graziosissima cameriera, e le due intervenivano di solito alle riunioni
libidinose: là, dopo aver gustato in
genere un copioso pasto, offrivano a Venere immondi sacrifici, il cui
ordinamento generale, e i relativi particolari, potevano venire solo
da monaci geniali.
L'allegra banda si era riunita, un giorno, quando mio fratello venne
da me frettoloso.
- Séraphine, mi disse, sei curiosa di sapere in che modo questi
bravi religiosi passano il loro tempo?
- Ma certo.
- Però, cara sorellina, prima di farti godere dello spettacolo
esigo che t'impegni a una condizione.
- Quale?
- Mi lascerai fare con tè quel che vedremo fare fra di loro.
- E cosa fanno, fra di loro?
- Lo vedrai, sorella... Allora! accetti?
E il birichino sostenne la proposta con un bacio così caldo sulle
mie labbra che subito mi fu chiara di che temperamento infuocato la
natura mi avesse dotata: scaricai fra le braccia di mio fratello. Il
furbacchione, già addentro nella questione, profitta della debolezza,
mi getta riversa su di un letto, mi alza le sottane, apre le cosce,
e raccatta in bocca, premurosamente, gl'inequivocabili segni del piacere
da lui risvegliato.
- Perdi sperma, sorella, mi disse de l'Aigle... Sì, amor mio,
quel che hai fatto si chiama così... Sei più avanti di
me: io non posso ancora far altrettanto. Mia madre ha un bei darsi da
fare a scrollarmi, succhiarmi, non ne ricava niente; dice che verrà...
che debbo aspettare di giungere ai quattordici anni; ma non per questo
sento meno piacere. Toh, continuò mio fratello prendendomi la
mano e portandomela su un piccolo membro già durissimo e di una
garbatissima grossezza,
scuoti qua, sorella, vedrai come sono contento... O meglio, aspetta,
ti sistemo come mia madre sistema me quando sto con lei.
E il briccone, così dicendo, mi sbarazza delle gonne, si tira
via le brache, e, coricatami sul letto, si stende in senso contrario
su di me, in modo da piazzarmi il bischero in bocca, mentre mi poggia
le labbra sulla vagina. Io lo succhio, lui restituisce; e restiamo così
quasi un'ora, a svenire, senza variare di postura. Infine, il rumore
fatto nella camera vicina attirò la nostra attenzione e ci avvertì
di cambiare parte, diventando spettatori da attori che eravamo.
Questa prima scena di libertinaggio, della quale mio fratello mi procurava
il panorama, è troppo interessante perché non ve la descriva
al dettaglio, quindi senza timore di spiacere così farò
fin nelle minime circostanze. Le espressioni che bisognerebbe usare
dovrebbero essere, lo sento, pure quanto lo ero io a quell'età;
ma il racconto, trasmesso sotto siffatti veli, ci perderebbe, per cui
debbo, per essere più esatta, usare i termini dei quali mi servirei
se volessi descrivervi ora la medesima scena. Cominciamo dai personaggi.
Mia madre, come sapete, aveva ventitré anni, era bella come un
angelo, coi capelli castani, il corpo tondo benché snello e agile,
carni sode e di grande vigore giovanile, superbi occhi, ma il viso un
po' acceso dalle troppe intemperanze a tavola... sorta di vizio in cui
l'aveva indotta il desiderio di piacere all'amante, che non godeva di
lei così voluttuosamente come quando l'eccesso di vino e di liquori
gli aveva fatto perdere affatto la ragione.
Luce, amante del Padre Ives, superiore del convento e amico di mio padre,
aveva, come ho appena detto, diciotto anni, era bionda, begli occhi
blu, assai interessanti, bellissima pelle, seno... chiappe sublimi,
e uno fra i conni più stretti, secondo quel che sostenevano i
porcaccioni, che fosse possibile offrire a dei cappuccini.
Le due cameriere erano sorelle, spulzellate dai due libertini all'età
di dieci anni, e da allora al servizio loro. La maggiore, di nome Martine,
poteva avere all'incirca sedici anni; Léonarde, la minore, ne
aveva appena quindici; bei volti, bei corpo, gioventù, ecco ciò
che, senza esagerazione, poneva ambedue le ragazze fra le più
graziose campagnole di Francia.
Quanto ai monaci, avevano all'incirca la medesima età. Tuttavia
mio padre pareva il più vecchio, e poteva avere quarant'anni;
fatto come un satiro, barba blu, occhi neri, vigorosissimo, fantasia
infuocata, e uno dei più superbi bischeri di Francia, undici
pollici di lunghezza, a parte il glande, e otto di giro. Ives aveva
solo trentott'anni; la fisionomia era meno gradevole di quella di mio
padre, gli occhi piccoli, il naso lungo, ma era ben piantato e ancora
più libertino di mio padre.
La compagnia aveva appena finito di mangiare, quando scendemmo dal letto
sul quale avevamo fatto le nostre stravaganze, e ci attaccammo con gli
occhi contro la parete che separava la camera in cui eravamo da quella
in cui stavano per essere celebrate le orge.
Dall'eccitazione in cui scorgemmo ogni testa, ci apparve chiaro che
i sacrifici che si preparavano a celebrare avrebbero risentito di quelli
che avevano celebrati sugli altari della buona tavola. Soprattutto mio
padre mi parve completamente brillo.
- Ives disse al confratello, facciamo spogliare queste grazie; quella
che sarà nuda per prima ce la sbrigheremo subito... la più
pigra, invece, riceverà cinquanta frustate da ognuno di noi.
- D'accordo, rispose Ives; ho voglia sia di fottere che di frustare.
Non è che questo, per me, non sia cosa infinitamente migliore
della prima; ma siccome oggi rizzo un mucchio, ho bisogno di sparare
sperma, e lo perdo bene solo fottendo.
E il villanzone, così dicendo, sottolineava l'argomentare suo
con un bel bastone muscoloso il cui capo scarlatto minacciava il cielo.
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