|
Camminiamo così per quasi due ore senza che
mi sia possibile vedere quale strada stiamo percorrendo, quando uno
dei miei rapitori, sentendomi respirare a fatica, propone al compare
di sbarazzarmi del velo che mi molesta; l'altro acconsente; respiro
e finalmente mi accorgo che siamo in mezzo a una foresta di cui battiamo
un sentiero abbastanza largo, benché poco frequentato. Mille
funeste idee si presentano allora alla mia mente: temo di essere riportata
in quell'odioso convento.
"Ah!", dico a una delle mie guide, "Signore, posso supplicarvi
di dirmi dove sono condotta? Mi è consentito chiedervi che cosa
si intende fare di me?"
"Tranquillizzatevi, piccina", mi dice quell'uomo, "le
precauzioni che siamo costretti a prendere non devono provocarvi alcun
terrore; vi portiamo da un buon padrone; motivate considerazioni lo
inducono ad assumere le cameriere per sua moglie unicamente con questo
misterioso stratagemma, ma vedrete che vi ci troverete bene."
"Ahimè! Signori", rispondo, "se è la mia
felicità che fate, allora è inutile costringermi: sono
una povera orfana, indubbiamente da compiangere; non chiedo altro che
un lavoro; dal momento che me lo offrite, perché temete che fugga?"
"Ha ragione", dice una delle guide, "mettiamola più
a suo agio, limitiamoci a legarle le mani."
Lo fanno, e la nostra marcia riprende. Vedendomi più tranquilla,
rispondono perfino alle mie domande, e finalmente vengo a sapere che
il padrone al quale sono destinata è il conte di Gernande, nativo
di Parigi ma proprietario di considerevoli possedimenti in quella contrada,
ricco in tutto di oltre cinquecentomila franchi di rendita, un uomo
che mangia sempre solo, mi dice una guida.
"Solo?"
"Sì, è un uomo solitario, un filosofo: non vede mai
nessuno; in compenso è uno dei più grandi golosi d'Europa;
in società non c'è mangiatore in grado di tenergli testa.
Non aggiungo altro, lo vedrete voi stessa."
"Ma allora, queste precauzioni, che cosa significano?"
"È presto detto. Il nostro padrone ha la disgrazia di avere
una moglie cui ha dato di volta il cervello; bisogna guardarla a vista,
non esce mai dalla sua camera e non si trova nessuno che voglia servirla;
avremmo avuto un bel proporvelo: se ne foste stata avvertita, non avreste
mai accettato. Siamo costretti a rapire le ragazze con la forza pur
di portare a termine questa funesta mansione."
"Come! sarò dunque prigioniera presso questa signora?"
"A dire il vero sì; per questo vi teniamo in questo modo:
vi ci troverete bene... tranquillizzatevi... benissimo, anzi; a parte
questa seccatura, non vi mancherà nulla."
"Oh! santo cielo! che costrizione!"
"Su, su, piccina, coraggio, un giorno sarete libera, e avrete fatto
la vostra fortuna."
Il mio rapitore non aveva terminato queste parole che ci trovammo in
vista del castello. Era una superba e vasta costruzione isolata nel
cuore della foresta, ma quel grande edificio era ben lungi dall'essere
popolato quanto sembrava poterlo essere. Vidi un po' di viavai, di affluenza
soltanto verso le cucine situate nelle sale sotto il centro del fabbricato.
Tutto il resto era solitario come la posizione del castello: nessuno
badò a noi quando entrammo; una delle due guide entrò
nelle cucine, mentre l'altra mi scortò dal conte. Era in fondo
a un vasto e superbo appartamento, avvolto in una veste da camera di
seta delle Indie, disteso su un'ottomana, e aveva accanto a sé
due giovani persone vestite così indecentemente, o meglio così
ridicolmente, acconciate con tanta eleganza ed arte che sulle prime
le scambiai per delle
fanciulle; un più attento esame me li fece riconoscere per due
ragazzi, uno dei quali poteva avere quindici anni e l'altro sedici.
Mi sembrarono incantevoli nel viso, ma in un tale stato di mollezza
e di sfinimento che in principio li credetti malati.
"Ecco una ragazza, Signore", disse la mia guida, "ci
sembra adeguata alle vostre necessità: è dolce, onesta,
e non chiede di meglio che sistemarsi; speriamo che ne sarete contento."
"Bene", disse il conte guardandomi appena, "andandovene
chiudete le porte, Saint-Louis, e fate in modo che nessuno entri finché
non suonerò."
Dopodiché il conte si alzò e si avvicinò per scrutarmi.
Mentre si dedica a questo esame, ve ne darò una descrizione:
la singolarità di un simile ritratto merita un istante della
vostra attenzione. Il signor di Gernande era allora un uomo di cinquant'anni,
alto circa sei piedi e di una mostruosa grassezza. Niente era spaventoso
come il suo volto: la lunghezza del naso, la fitta oscurità delle
sopracciglia, gli occhi neri e malvagi, la grande bocca alquanto mal
messa, la fronte tenebrosa e
calva, il suono della voce rauco e agghiacciante, le braccia e le mani
enormi; tutto contribuiva a farne un individuo gigantesco, che a prima
vista ispirava assai più paura che affidamento. Presto vedremo
quanto il carattere e le azioni di questa specie di centauro corrispondessero
alla sua spaventosa caricatura. Dopo un esame dei più bruschi
e rudi, il conte mi chiese la mia età.
"Ventitré anni, Signore", risposi.
A questa prima domanda ne aggiunse altre sulla mia vita. Lo misi al
corrente su tutto quanto mi concerneva. Non dimenticai neppure l'oltraggio
patito da Rodin, e dopo avergli dipinto la mia miseria, dopo avergli
provato che la sventura mi aveva costantemente perseguitato:
"Tanto meglio", mi disse arcignamente quel bruto, "tanto
meglio, così vi mostrerete più docile in casa mia; è
un misero inconveniente che la disgrazia perseguiti questa abietta razza
del popolino, condannata dalla Natura a strisciare vicino a noi sullo
stesso suolo; essa ne esce più attiva e meno insolente, e adempie
assai meglio ai suoi doveri verso di noi".
"Ma Signore, vi ho detto qual'è la mia nascita: essa è
tutt'altro che abietta."
"Sì, sì, lo so perfettamente, ci si fa sempre passare
per chissà chi quando non si è nessuno o si è in
miseria. Bisogna pure che le illusioni dell'orgoglio consolino dei torti
subiti dalla sorte, sta poi a noi credere o meno a queste nascite abbattute
dai rovesci della sfortuna; del resto tutto questo mi è indifferente,
vi trovo in mezzo a una strada, vestita pressappoco come una serva:
vi accetto in questo stato, se a voi sta bene. Tuttavia", continuò
quell'uomo spietato, "essere felice dipende solo da voi; un po'
di pazienza, di discrezione, e in pochi anni vi affrancherò da
tutto questo e vi metterò in condizione di non dover più
andare a servizio."
Allora mi prese un braccio dopo l'altro e, riavvolgendo le maniche fino
al gomito, esaminò tutto attentamente, chiedendomi quante volte
ero stata salassata.
"Due volte, Signore", gli dissi, alquanto sorpresa di quella
domanda, e gli citai gli episodi ricollegandoli alle circostanze della
mia vita in cui avevano avuto luogo.
Appoggiò le sue dita sulle vene come quando le si vuole gonfiare
per procedere a quell'operazione, e quando raggiunsero lo stato desiderato
vi si applicò con la bocca, succhiandole. Da quel momento non
ebbi più dubbi che il libertinaggio avesse una gran parte nella
condotta di quell'uomo, e nel mio cuore si risvegliarono i tormenti
dell'inquietudine.
"Devo sapere come siete fatta", continuò il conte,
fissandomi con un'aria che mi fece tremare; dovete essere esente da
ogni difetto fisico per occupare il posto che vi attende; mostrate dunque
tutto ciò che potete."
Mi difesi, ma il conte, disponendo alla collera tutti i muscoli del
suo volto terrificante, mi annunciò che non mi consigliava di
recitare la parte della pudica con lui, perché conosceva mezzi
sicuri per ricondurre le donne alla ragione.
"Ciò che mi avete raccontato", mi disse, "non
annuncia un'altissima virtù, perciò le vostre resistenze
sono tanto ridicole quanto fuori luogo."
Detto questo, fece un cenno ai suoi giovinetti che, avvicinandosi subito
a me, cominciarono a spogliarmi. Con individui deboli e spossati come
quelli che mi stavano intorno difendersi non era certo una cosa impossibile;
ma a che cosa sarebbe servito? L'Antropofago che me li aizzava contro,
se avesse voluto, mi avrebbe polverizzato con un pugno. Capii allora
che bisognava cedere: fui spogliata in un baleno; compiuta che fu questa
operazione, mi resi conto di suscitare ancor più le risa di quei
due ganimedi.
"Amico mio", diceva il più giovane all'altro, "che
bella cosa, una ragazza... che peccato però che là sia
vuoto..."
"Oh!", rispondeva l'altro, "non c'è niente di
più infame di quel vuoto: non toccherei una donna nemmeno per
tutto l'oro del mondo."
E mentre il mio davanti era così beffardamente soggetto ai loro
sarcasmi, il conte, intimo fanatico del posteriore (ahimè! come
tutti i libertini, purtroppo), esaminava il mio con la massima attenzione,
lo palpava rudemente, lo manipolava con forza e, pizzicando la carne
con tutte e cinque le dita, la schiacciava al punto di tumefarla. Quindi
mi fece fare alcuni passi in avanti, per poi tornare verso di lui a
ritroso, per non perdere di vista la prospettiva che gli veniva offerta.
Quando mi riavvicinavo a lui, mi faceva chinare, stare in piedi, stringere,
allargare. Spesso si inginocchiava davanti a quella parte che era la
sua unica occupazione. La baciava in vari punti, parecchie volte perfino
nel più segreto orifizio; ma tutti quei baci erano ispirati alla
suzione; non me ne dava uno che non avesse lo scopo di succhiare. Sembrava
poppare ogni recesso in cui si inoltravano le sue labbra: durante quell'operazione
mi chiese numerosi particolari su ciò che avevo dovuto subire
nel convento di Sante-Marie-des-Bois ed io, senza rendermi conto che
quei miei racconti moltiplicavano la sua eccitazione, ebbi il candore
di riferirglieli tutti con la massima innocenza. Fece avvicinare uno
dei fanciulli e, sistemandolo accanto a me, slacciò il nodo di
un grosso fiocco di nastro rosa che sorreggeva dei pantaloncini di organza
bianca, mettendo a nudo tutte le grazie velate da quell'indumento. Dopo
alcune lievi carezze allo stesso altare sul quale il conte sacrificava
con me, d'improvviso cambiò oggetto, e prese a succhiare il ragazzo
nella parte che caratterizzava il suo sesso. Continuava a toccarmi;
vuoi per l'assuefazione del giovane, vuoi per l'abilità del satiro,
in pochissimi minuti la Natura, ormai vinta, fece scorrere nella bocca
dell'uno ciò che era lanciato dal membro dell'altro. Così
quel libertino sfiniva quei poveri fanciulli che teneva in casa, di
cui presto sapremo il numero; in quel modo li debilitava, e questa era
la ragione dello stato di languore in cui li avevo trovati. Vediamo
adesso come si adoperava per ridurre anche le donne in un simile stato,
e qual'era la vera ragione della segregazione in cui costringeva sua
moglie.
L'omaggio che il conte mi aveva reso era stato lungo, ma senza la minima
infedeltà al tempio che si era scelto: non uno dei suoi palpamenti,
dei suoi sguardi, dei suoi baci e dei suoi desideri ne fu distolto per
un solo istante; dopo aver succhiato allo stesso modo l'altro giovinetto,
dopo averne ugualmente raccolto e divorato il seme:
"Venite", mi disse, attirandomi in uno stanzino attiguo, senza
lasciarmi riprendere i miei vestiti; "venite, ora vi farò
vedere di che si tratta".
Non riuscii a dissimulare il mio turbamento; fu spaventoso; ma non c'era
mezzo di far prendere un'altra piega alla mia sorte, bisognava bere
fino all'ultima feccia il calice che mi era stato destinato.
Altri due sedicenni, altrettanto belli e svigoriti quanto i primi due
che abbiamo lasciato in salotto, lavoravano a un arazzo in quello stanzino.
Quando entrammo si alzarono.
"Narcisse", disse il conte a uno di loro, "questa è
la nuova cameriera della Contessa, devo metterla alla prova; dammi le
mie lancette."
Narcisse aprì un armadio e rapidamente ne estrasse tutto l'occorrente
per un salasso. Vi lascio immaginare che espressione assunsi; il mio
carnefice si accorse del mio sgomento e si limitò a riderne.
"Prepara la ragazza, Zéphire", disse il signor di Gernande
all'altro giovane.
Costui, avvicinandosi a me, mi disse sorridendo:
"Non abbiate paura, signorina, non potrà che farvi un gran
bene. Mettetevi così".
Bisognava poggiare lievemente le ginocchia sul ciglio di uno sgabello
posto al centro della stanza, con le braccia sostenute da due nastri
neri appesi al soffitto.
Appena assunsi quella posizione, il conte mi si avvicinò con
la lancetta in mano; stentava a respirare, i suoi occhi scintillavano,
il suo volto era terrificante; mi fascia le braccia e in un batter d'occhio
le trafigge entrambe. Non appena vede il sangue lancia un grido accompagnato
da due o tre bestemmie; va a sedersi a sei passi, di fronte a me. Si
libera rapidamente della leggera vestaglia che lo ricopre: Zéphire
si inginocchia tra le sue gambe e lo succhia; Narcisse, sistemando i
piedi sui braccioli della poltrona in cui è seduto il padrone,
porge alla sua poppata lo stesso oggetto che lui stesso si offre di
pompare all'altro giovane. Gernande impugna le reni di Zéphire,
le stringe, le comprime contro di sé, ma di tanto in tanto le
lascia per puntare i suoi occhi infiammati su di me. Nel frattempo il
mio sangue sgorga a grandi fiotti e cola nelle due scodelle bianche
sistemate sotto le mie braccia. Ben presto mi sento assai debole.
"Signore, Signore", esclamai, "abbiate pietà di
me, sto svenendo."
Barcollai; trattenuta dai nastri, non potevo cadere; ma poiché
le mie braccia dondolavano e la testa fluttuava sulle mie spalle, il
mio viso fu presto inondato di sangue. Il conte era fuori di sé...
Tuttavia non potei assistere alla fine della sua operazione, svenni
prima che egli raggiungesse il suo scopo; forse lui doveva raggiungerlo
unicamente vedendomi in quello stato, forse la sua estasi suprema dipendeva
da quel funebre quadro... Comunque sia, quando ripresi i sensi, mi trovai
in uno splendido letto, circondata da due vecchie. Appena mi videro
aprire gli occhi, mi presentarono un brodo, e ogni tre ore delle eccellenti
minestre fino all'indomani. Allora il signor di Gernande mi mandò
a dire di alzarmi e di andare a parlargli in quello stesso salotto in
cui mi aveva ricevuta al mio arrivo. Mi ci accompagnarono: ero ancora
un po' debole, ma in ogni caso abbastanza solida sulle gambe. Arrivai
dov'ero attesa.
"Thérèse
|