(Herbert Draper)

 

 

Eugenia di Franval

(Da: "I crimini dell'amore")

 
 

Il solo scopo che ci prefiggiamo nel raccontare questa storia è quello di educare l'uomo e di correggerne le abitudini. Nel leggerlo, comprenda bene l'importanza del rischio che sempre incontra sulla sua strada colui che ritiene di potersi permettere tutto, pur di soddisfare i propri desideri. È augurabile che costoro possano persuadersi che la buona educazione, le ricchezze, l'ingegno, i doni della natura possono soltanto traviare, allorquando la buona condotta la saggezza non sono
lì a sostenerli o a farli valere: queste sono le verità che dimostreremo. Ci si perdoni per i crimini che saremo costretti a raccontare nei più mostruosi particolari, ma come sarebbe possibile provocare il disprezzo per simili deviazioni, se non si ha il coraggio di descriverli?
È difficile che ogni cosa coincida in un solo individuo per condurlo alla prosperità; è stato favorito dalla natura? La fortuna gli nega i suoi doni; gli offre i suoi favori? La natura lo avrà malmenato. Sembra che la volontà divina abbia voluto farci scorgere in ogni individuo, come nelle sue azioni più gratificanti, che le leggi dell'equilibrio sono le prime dell'universo che regolano, in contemporaneità, tutto ciò che nasce, vegeta e respira.
Franval era nato a Parigi, vi abitava, possedeva una rendita annua di oltre quattrocentomila franchi, era di bell'aspetto, di gradevole profilo e di multiforme ingegno; dietro tali seducenti parvenze tuttavia si celavano tutti i vizi, sventuratamente anche quelli la cui adozione e consuetudine portano presto al crimine. Il primo difetto di Franval era di possedere una fantasia in completo disordine; difetto duro da correggere, mentre la diminuzione delle forze peggiora le cose: meno si può e più si intraprende, meno si opera e più si inventa. Ogni stagione umana reca con sé nuove idee, e la sazietà, invece di raffreddare, prepara più tristi raffinatezze.
Si è detto che Franval possedeva tutte le virtù della giovinezza, con le qualità che le fanno contorno, ma era riuscito molto difficile ai suoi istitutori fargli rispettare ogni principio morale o religioso, che disprezzava profondamente.
In un secolo in cui i libri più pericolosi finiscono nelle mani dei bambini come in quelle dei padri e dei precettori, in cui la sregolatezza del sistema passa per filosofia, l'incredulità per atto di forza, il libertinaggio per scelta della fantasia, si sorrideva dello spinto del giovane Franval, un momento dopo veniva sgridato e subito dopo ancora lodato. Il padre di Franval, seguace accanito dei sofismi alla moda, spingeva il figlio a pensare solidamente in ogni campo, e lui stesso gli forniva le opere che potevano più rapidamente corromperlo; dopo tutto questo, quale istitutore avrebbe avuto l'ardire di infondere principi diversi da quelli di casa, nei quali doveva essere gradito?
Comunque, Franval rimase orfano molto giovane, e all'età di diciannove anni un vecchio zio, che morì poco dopo, gli affidò tutti i beni che un giorno sarebbero stati suoi, a condizione che si sposasse.
Il signore di Franval avrebbe potuto trovare facilmente una moglie, con una simile fortuna; gli si presentarono parecchi partiti, ma avendo implorato lo zio perché gli desse in sposa una donna più giovane e con scarso seguito di persone, il vecchio parente, per contentare il nipote, fermò la sua attenzione su una certa signorina di Farneille, figlia di gente ricca, con la sola madre, ancora giovane a dire il vero, ma con sessantamila franchi di rendita. Aveva quindici anni e possedeva il viso più bello di Parigi... una di quelle vergini sembianze dalle quali traspare, via via, il candore e la dolcezza... bei capelli biondi che scendono fino alla vita, grandi occhi azzurri che esprimevano tenerezza e modestia., corpo delizioso e flessuoso, una pelle che rievocava il velluto dei gigli e la freschezza delle rose; era piena di qualità, con scatti dell'immaginazione molto vivaci ma un tantino malinconici, pervasa di quella tristezza che spinge ad amare i libri e la solitudine. Sembrerebbe che la
natura regali tanti pregi solo agli individui destinati all'infelicità, con volontà cupa e commovente, che spinge ad assaporare il dolore e a preferire le lacrime alla gioia passeggera della felicità, molto meno viva e penetrante.
La signora di Farneille aveva trentadue anni in quel momento, e possedeva spirito e fascino, ma era forse troppo severa e riservata. Desiderava la felicità della sua unica creatura, e perciò aveva consultato tutta Parigi in vista di quel matrimonio, e non avendo più parenti ma soltanto degli amici indifferenti, si lasciò convincere che il giovane proposto per sua figlia era sicuramente il miglior partito presente a Parigi, e che sarebbe stato un errore imperdonabile ostacolare quella unione. Venne quindi celebrato il matrimonio e i giovani, in possesso dei mezzi necessari per costruirsi subito una casa, andarono ad abitarvi fin dai primi tempi della loro unione.
Nel cuore di Franval non c'era nessuno di quei difetti di leggerezza, traviamento o stupidità che impediscono la formazione di un uomo prima dei trent'anni: sicuro di sé, amante dell'ordine, perfetto conoscitore del ménage familiare, Franval possedeva tutte le qualità necessarie per quel ramo di felicità della vita che è costituito dal matrimonio. Semmai, aveva vizi di altro genere: i torti dell'età matura piuttosto che le contraddizioni dell'età giovanile, dell'arte dell'inganno, della malvagità, dell'infamia, dell'astuzia e della furbizia, coperti dall'eloquenza e non soltanto dalle doti già ricordate... da molto spirito e da un seducente aspetto esteriore. Era così l'uomo del quale dobbiamo parlare.
La signorina di Fameille aveva conosciuto il suo sposo non più di un mese prima del matrimonio, secondo la consuetudine, ed era rimasta certamente ingannata e abbagliata da quelle false apparenze; non le parevano sufficientemente lunghi i giorni necessari a provare il piacere di osservare colui che la idolatrava, e la situazione era giunta ad un punto tale che c'era di che temere per quella fanciulla, se fossero sorti degli ostacoli a turbare le dolcezze di quel matrimonio nel quale, a suo parere, era riposta la sola felicità della sua vita.
Dal canto suo, Franval aveva considerato con pacatezza quell'incantevole creatura, filosofo com'era con le donne e con tutti i casi della vita.
"La donna che possediamo", sosteneva, "è una sorta di individuo che viene assoggettato a noi dall'abitudine; dolce e succube... molto saggia, non perché io sia molto interessato ai pregiudizi del disonore, che può venirci da una sposa dedita alle nostre stesse sregolatezze, ma per il fatto che non piace che a qualsiasi altro salti in mente di privarci dei nostri diritti; tutto il resto, nulla aggiunge alla felicità."
Con un marito così, non è difficile presumere che non soltanto rose attendono al varco la giovinetta sventurata. Onesta e sensibile, educata e sempre disposta a prevenire i desideri dell'uomo della sua vita, la signora Franval viene incatenata fin dai primi anni di matrimonio, senza che riesca a supporre la sua schiavitù; d'altronde, a Franval non risultava difficile accorgersi che ella raccoglieva soltanto le briciole del matrimonio, ma che, più che felice per quanto le veniva concesso,
l'unica sua occupazione, le attenzioni che interamente la prendevano, consisteva in quei rapidi istanti accordati alla sua voglia di tenerezza, in cui Franval ritrovava in lei tutto quanto serviva alla sua felicità di sposo adorato.
Inoltre, la verifica che Franval non trascurava del tutto i suoi doveri di marito consisteva nel fatto che, all'anniversario del primo anno di matrimonio, la moglie appena sedicenne diede alla luce una bambina ancora più bella della madre, cui fu imposto dal padre il nome di Eugenia... Eugenia, al contempo orrore e miracolo della natura.
Il signore di Franval formulò, sulla bimba appena nata, il più odioso dei progetti, e perciò la separò immediatamente dalla madre. Fino ai sette anni, Eugenia venne affidata a donne di sua piena fiducia, le quali, preoccupandosi solo di darle un buon carattere e ad insegnarle a leggere, non curarono minimamente di farle conoscere quei principi morali e religiosi che dovrebbero appartenere all'educazione di una bambina di quell'età.
Scandalizzate da quel tipo di educazione, la signora di Farneille e sua figlia rimproverarono Franval, il quale con indifferenza rispose che il suo scopo era di rendere felice la figlia e per questo non intendeva inculcarle idee adatte a spaventare gli uomini, senza che fossero utili; aggiunse poi che una ragazza, la cui unica preoccupazione doveva consistere nel piacere, doveva ignorare quelle sciocchezze, la cui esistenza nella fantasia avrebbe potuto turbare la quiete della sua vita,
senza aggiungere verità alla morale, né attrattiva al fisico. Idee queste che non piacquero affatto alla signora di Farneille, che si accostava alla religione nella misura stessa in cui prendeva le distanze dai piaceri del mondo; la devozione è una debolezza legata ai tempi della vita o allo stato di salute. Nel groviglio delle passioni poco turba un futuro lontano, ma quando le passioni impallidiscono... quando si sente giungere la fine, ci si rifugia nelle braccia di Dio, del quale udimmo parlare
durante l'infanzia, e se tali illusioni, alla luce della filosofia, sono frutto di fantasia come le altre, almeno sono meno pericolose.?
Priva ormai di parentela, la suocera di Franval non godeva di molta autorità, e poteva semmai vantare qualche amicizia di circostanza, di quelle che fuggono se messe alla prova, e doveva quindi combattere contro un genero gentile, giovane, ben piazzato nella scala sociale; per cui ritenne, giustamente, che conveniva limitarsi alle rimostranze, invece di usare la forza con un uomo che avrebbe condotto alla rovina la madre e fatto rinchiudere la figlia, se qualcuno avesse ardito misurarsi con lui; per questo motivo, si limitò a qualche lagnanza e infine tacque, visto lo scarso risultato ottenuto.
Franval aveva capito di essere temuto e, sicuro della sua superiorità, mise da parte ogni soggezione, se mai ne aveva avute, e preoccupandosi al più di salvare le apparenze davanti al mondo, andò dritto verso il suo orribile fine.
Quando Eugenia raggiunse i sette anni, Franval la condusse dalla madre che mai più l'aveva rivista dal giorno del parto: presala fra le braccia, insaziata di quella gioia, per due ore la strinse al proprio seno, coprendola di baci e di lacrime. Volle sapere delle sue doti, ma Eugenia era solo in grado di leggere correttamente, oltre a godere di ottima salute ed esser bella come un angelo. Si aggiunse un nuovo dolore alla signora Franval, allorché apprese che sua figlia ignorava del tutto i princìpi fondamentali della religione.
"Ma signore", disse al marito, "la fate crescere solo per questo mondo? Non pensate che la piccola dovrà abitarlo per poco tempo, come ogni mortale, per poi vivere nell'eternità, che sarà terribile se la private di tutto quanto può farla gioire ai piedi di Colui che le ha donato la vita?"
"Signora, se Eugenia non sa nulla", rispose Franval, "se le vengono tenute celate accuratamente quelle massime, non potrà dirsi infelice; se sono vere, l'Essere supremo è fin troppo giusto per punirla della sua ignoranza, e se tali non sono perché parlargliene? Su altri particolari della sua educazione, fidatevi di me, vi prego; da oggi sono il suo educatore e posso assicurarvi che fra qualche anno vostra figlia sarà superiore ad ogni suo coetaneo."
La signora di Franval si permise di insistere, chiedendo in aiuto all'eloquenza della ragione quella del cuore, e le lacrime provarono ad esprimere i suoi sentimenti; ma Franval non si commosse affatto, mostrò di non accorgersene. Fece portar via Eugenia e disse alla moglie che se aveva in mente di contrastarlo sull'educazione alla figlia o di suggerirgli princìpi diversi da quelli che aveva deciso di impartirgli, si sarebbe privata subito della gioia di vederla, e avrebbe mandato la bimba in un lontano castello, donde non sarebbe più uscita. Di indole mansueta, la signora di Franval non replicò; supplicò soltanto lo sposo di non privarla di un bene così caro e piangendo promise di non interferire più sull'educazione di Eugenia.
Da quel giorno, la signorina di Franval fu sistemata in un appartamento bellissimo vicino a quello del padre, con una dura governante, una sotto-governante, una cameriera e due bambine della sua età, destinate soltanto ai suoi divertimenti.
Poté usufruire di insegnanti di calligrafia, disegno, poesia, storia naturale, recitazione, geografia, astronomia, anatomia, greco, inglese, tedesco, italiano, danza, equitazione e musica. Eugenia si alzava ogni mattina alle sette, in ogni stagione dell'anno; mentre correva nel giardino, mangiava un gran pezzo di pane di segala, che era per lei la colazione; rientrava alle otto e passava qualche minuto nella stanza del padre, scherzoso con lei mentre le insegnava piccoli giochi di società.
Fino alle nove, si dedicava ai compiti da preparare, e subito dopo arrivava il maestro, il primo, seguito da altri quattro fino alle due pomeridiane. Il pranzo era a parte, con le due amiche e la governante. Esso consisteva in verdura, pesce, dolci e frutta; non c'era mai carne, né minestra, né vino, liquori o caffè. Eugenia tornava a giocare in giardino dalle tre alle quattro con le sue piccole compagne; giocavano assieme a pallacorda, ai birilli, al volano, alla palla e a correre, cambiando i giochi
con il mutare della stagione.
Non c'era costrizione che ne sacrificasse il corpo: non furono mai chiuse entro le stecche ridicole di quei busti deleteri sia per lo stomaco che per il petto, e che finivano per intaccare la salute dei polmoni, impedendo alla persona ogni libera respirazione.
Dalle quattro alle sei la signorina di Franval riceveva altri insegnanti e non potendo aver lezione di tutte le materie in un solo giorno, gli altri venivano l'indomani. Tre volte alla settimana ad Eugenia era concesso di assistere ad uno spettacolo con il padre, entro piccoli palchi che venivano affittati ogni anno per lei. Alle nove, rientro per la cena con frutta e verdure. Quattro volte alla settimana, dalle dieci alle undici, giocava con le governanti, leggeva qualche romanzo, e poi andava a dormire. Durante gli altri tre giorni, quando Franval non era impegnato a cena fuori, si recava da sola nelle camere del padre e il tempo veniva impiegato in intrattenimenti che il genitore chiamava le sue conferenze. Insegnava alla figlia le sue massime sulla morale e sulla religione; da una parte le illustrava ciò che certi uomini pensavano
sull'argomento, dall'altra stabiliva tutto quanto da lui veniva ammesso.
Sorretto da molto ingegno, da molte cognizioni, con una viva intelligenza e con passioni che via via si accendevano nel suo animo, si può immaginare quali progressi facessero fare tali sistemi all'animo di Eugenia; ma non avendo Franval come unico scopo quello di consolidare un cervello, queste conferenze terminavano sempre provocando una nuova fiammata nel cuore. Questo orribile uomo aveva così trovato il sistema per piacere alla figlia, per sedurla con una tale arte, e rendersi così utile alla sua istruzione e ai suoi piaceri, anticipando con tanto ardore i suoi desideri che Eugenia non trovava alcuno più affascinante del padre, anche nel mezzo di brillanti compagnie. Ancor prima che si rivelasse, la creatura innocente e fragile provava nel suo cuore adolescente sentimenti di tale amicizia, riconoscenza e tenerezza, che dovevano per forza risolversi in amore ardente. Al mondo esisteva solo Franval; vedeva lui solo e non sapeva adattarsi all'idea che qualcosa avrebbe potuto separarla da lui: gli avrebbe regalato non il suo onore e le sue grazie, sacrifici che le parevano fin troppo leggeri, a confronto con l'oggetto di tanta idolatria, ma il sangue, la vita, se il dolce amico li avesse richiesti.
Diversi erano i sentimenti che la signorina di Franval nutriva per la madre buona e infelice. Avendo detto astutamente alla figlia che la signora di Franval, come moglie, richiedeva da lui attenzioni che ostacolavano talvolta il desiderio di fare per la dolce Eugenia quanto il cuore gli dettava, il padre aveva scoperto il segreto per infondere nell'animo della figlia più odio e gelosia per quei sentimenti teneri e riverenti, che una madre di tal fatta avrebbe meritato.
"Amico, fratello", diceva Eugenia a Franval, poiché costui non voleva venir chiamato in altro modo, "questa donna che tu chiami moglie, questa creatura che, a tuo parere, mi ha messo al mondo, è molto esigente dal momento che, volendoti sempre con sé, mi toglie la gioia di trascorrere là vita con tè... Lo vedo, tu la preferisci alla tua Eugenia. Per quello che mi riguarda, non potrò mai amare chi mi ruba il tuo cuore."
"Amica cara", rispondeva Franval, "nessuno mai avrà al mondo un diritto maggiore e più forte di te; i legami esistenti fra quella donna e il tuo amico più caro, conseguenza della consuetudine e dei patti sociali che io considero con molta filosofia, mai potranno avere lo stesso peso di quelli che ci uniscono... sarai sempre la preferita. Eugenia; l'angelo e la luce della mia vita, il focolare della mia anima e l'impulso che dà vigore alla mia esistenza."
"Come sono dolci queste tue parole", andava ripetendo Eugenia; "ripetile più spesso, amore mio... Sapessi quanto mi lusingano le espressioni della tua tenerezza!"
E così dicendo, la fanciulla poggiava la mano di Franval sul suo petto.
"Eccole risuonare tutte qui nel mio cuore."
"Quanta sicurezza mi viene dalle tue dolci carezze!", rispondeva Franval, stringendola fra le braccia. E quell'uomo perfido, cercava di portare a buon compimento la seduzione di quella infelice, senza il minimo rimorso.
Nel frattempo. Eugenia aveva raggiunto i quattordici anni, epoca stabilita da Franval per attuare il suo crimine. Che fremito di orrore!... Il crimine avvenne.
Tornarono a Parigi, e i piaceri criminosi con i quali l'uomo perverso si era inebriato, avevano fin troppo sollecitato le sue capacità fisiche e morali, perché l'incostanza che lo distingueva in ogni inganno del genere, potesse infrangere questo legame. Innamoratosi perdutamente, pervenne presto al crudele abbandono della moglie. Ahimè, che vittima!

De Sade