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[...] "Mi piace esser violentata. M'ero accorta
che mi seguivi. Ci speravo. Quando salii in ascensore senza di te, pensai
che ti fosse mancato il coraggio. Sono stata violentata solo un'altra
volta, prima di oggi. E' difficile, per una bella donna, trovare un
uomo. Tutti la credono inaccessibile. E' uno strazio."
"Ma il modo come ti muovi, come vesti... Ti rendi conto che, per
la strada, metti gli uomini alla tortura?"
"Sì. La prossima volta, usa la cinghia."
"La cinghia?"
"Sì, prendimi a cinghiate sulle cosce, sul culo. Fammi male,
poi ficcamelo dentro. Dimmi che mi violenti."
"Bene. Adesso ti meno. Adesso ti violento."
La presi per i capelli, la baciai selvaggiamente, le morsi le labbra.
"Fottimi," ella disse, "fottimi!"
"Aspetta. Prima devo riposarmi."
Mi apri la pattuella, mi tirò fuori il pene.
"E' bello, bellissimo. Così tozzo, rosso porporino!"
Lo prese in bocca. Cominciò a succhiare. Era bravissima.
"Mamma mia," dissi, "mamma mia."
Ero condito. Ci lavorò su sei-setti minuti, poi partirono gli
schizzi. Strinse i denti appena sotto la cappella, mi succhiò
pure il midollo.
"Senti," le dissi. "mi sa tanto che mi fermo qui per
la notte. Avrò bisogno di tutte le forze. Che ne diresti, mentre
faccio il bagno, di prepararmi qualcosa da mangiare?"
"D'accordo," essa disse.
Andai al bagno e chiusi la porta, feci correre acqua calda. Appesi i
vestiti all'attaccapanni.
Feci un bel bagno caldo. Uscii di là avvolto in un asciugamano.
In quella, stavano arrivando due poliziotti.
"Questo vigliacco mi ha violentata," essa gli disse.
"Un momento," dissi io.
"Va' a vestirti, amico," disse lo sbirro più grosso.
"Di', Vera, è uno scherzo, non è vero?"
"No, mi hai violentata! M'hai usato violenza! E poi mi hai costretta
a un rapporto orale, anche!"
"Vestiti, amico," disse lo sbirro grosso, "non te lo
far dire un'altra volta."
Andai al bagno a rivestirmi. Quando uscii, mi ammanettarono.
Vera mi gridò: "Stupratore!"
Scendemmo in ascensore. Attraversammo l'atrio sotto gli occhi di diversi
curiosi. Vera era rimasta in casa. Gli agenti mi sospinsero in malomodo
a bordo dell'auto.
"Ma che t'è preso, amico?" fece uno. "Rovinarti
per un pezzo di patacca! Roba da matti, sa'!"
"Non è stata violenza carnale vera e propria," dissi.
"Poche volte lo è.,"
"Eh si," dissi. "Mi sa che dici bene."
Stilarono un verbale. Mi misero in guardina.
Hanno solo la parola d'una donna, pensai. Bel cavolo d'uguaglianza.
Poi mi chiesi: ma le hai usato violenza o no? Non lo sapevo.
Alla fine m'addormentai. L'indomani mattina mi serviron6 pompelmo, polenta,
caffè e pane. Pompelmo? Un locale di prim'ordine. Sì sì.
Dopo una quindicina di minuti, la porta si apri.
"Sei fortunato, Bukowski, la signora ha ritirato la denuncia."
"Molto bene."
"Ma bada di rigar dritto."
"Come no."
Mi riconsegnarono le mie cose, uscii di là. Presi un autobus,
poi un altro, arrivai in quel quartiere, tornai davanti a quella casa,
"Hudson Arms." Non sapevo cosa fare. Restai in forse una ventina
di minuti. Era sabato. Probabilmente lei era in casa. Andai all'ascensore,
vi entrai, schiacciai il bottone del terzo piano. Uscii. Bussai alla
porta. Sì, era in casa. Entrai.
"Ho un altro dollaro per il suo ragazzo," dissi. Essa lo prese.
"Oh grazie. Grazie tante."
Incollò le labbra alle mie. La sua bocca era come una ventosa
di caucciù. Tirò fuori quella lingua grassa. La succhiai.
Poi le sollevai la gonna. Aveva un gran bel culo. Bello grosso. Mutande
azzurre, larghe, con uno sbrego da una parte. Eravamo davanti a una
specchiera. L'abbrancai per quel gran culo, le feci lingua in bocca.
Le nostre lingue guizzavano come bisce impazzite. L'affare mi si era
fatto duro.
Il figlio idiota stava in piedi al centro della stanza e ci sorrideva.
[...]
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