(Giovanni Lorenzetti)

 

 

Tammie

(Da: "Donne")

 
 
La mattina dopo Tammie trovò una ricetta medica nella borsa.
"Devo andare a prendere questa roba", disse. "Guarda".
Era tutta accartocciata e l'inchiostro era sbavato.
"Che cosa è successo?".
"Be' conosci mio fratello, no? Si impasticca come un matto".
"Conosco tuo fratello. Mi deve venti dollari".
"Be', ha cercato di rubarmi questa ricetta. Ha tentato di strozzarmi. Io mi sono messa in bocca la ricetta e l'ho ingoiata. O almeno, ho finto di ingoiarla. Lui non poteva esserne sicuro. È stato allora che ti ho telefonato e ti ho chiesto di venire a dargli una scarica di pugni. Poi se n'é andato. Ma io avevo tenuto la ricetta in bocca. Non l'ho mai usata. Voglio provare qui. Vale la pena".
"Va bene".
Prendemmo l'ascensore fino in strada. C'erano 40 gradi. Riuscivo appena a muovermi. Tammie cominciò a camminare e io la seguii. Barcollava da un lato all'altro del marciapiede.
"Dai!", disse. "Forza!".
Aveva preso qualcosa, forse calmanti. Camminava come in trance. Tammie si avvicinò a un'edicola e cominciò a guardare un periodico. Credo fosse Variety. Restò li ferma a guardare. Guardava e guardava. Io stavo li vicino a lei. Era una cosa noiosa e senza senso. Lei continuava a guardare Variety.
"Senti, sorella, o comperi questo cazzo di rivista o te ne vai!". Era l'uomo dentro l'edicola.
Tammie si mosse. "Dio mio, New York è un posto orribile! Volevo solo vedere se diceva qualcosa del reading!".
Tammie ricominciò a camminare, dimenando il culo, oscillando da un lato all'altro del marciapiede. A Hollywood le macchine si sarebbero fermate, i neri avrebbero fatto proposte, sarebbe stata avvicinata, corteggiata, applaudita. A New York era diverso. New York era logora e stanca e disdegnava i piaceri della carne.
Eravamo in un quartiere nero. Ci guardavano passare: la rossa coi capelli lunghi, strafatta, e il vecchio con la barba grigia che le stava dietro a fatica. Li guardai, seduti sui gradini; avevano la faccia buona. Mi piacevano. Mi piacevano più di Tammie.
Seguii Tammie lungo la strada. Poi trovammo un negozio di mobili. Fuori sul marciapiede c'era una sedia da scrittoio rotta. Tammie si avvicinò alla vecchia sedia rotta e restò li a guardarla. Sembrava ipnotizzata. Continuava a guardare la sedia rotta. La toccò con un dito. Passarono i minuti. Poi ci si sedette.
"Senti", le dissi, "io torno in albergo. Tu fai quello che vuoi".
Tammie non alzò nemmeno gli occhi. Faceva scivolare le mani avanti e indietro lungo i braccioli della sedia. Era in un mondo tutto suo. Mi voltai e mi allontanai, in direzione del Chelsea.

Comperai un po' di birra e presi l'ascensore. Mi svestii, feci la doccia, sistemai un paio di cuscini contro la testiera del letto e cominciai a sorseggiare la birra. I reading mi spossavano. Mi succhiavano l'anima. Finii una birra e ne aprii un'altra. A volte i reading mi procuravano un pezzo di fica. Gli assi del rock beccavano un sacco di fica; i pugili in ascesa beccavano un sacco di fica; i grandi toreri beccavano le vergini. Chissà perché, mi sembrava che solo i toreri si meritassero quello che beccavano.
Bussarono alla porta. Mi alzai e la aprii leggermente. Era Tammie. Spinse la porta ed entrò.
"Mi è capitato uno sporco ebreo figlio di puttana. Voleva 12 dollari per darmi la roba della ricetta! Sono 6, in California. Gli ho detto che ne avevo solo 6. Niente, non gliene fregava niente. Uno sporco ebreo che vive ad Harlem! Mi dai una birra?".
Tammie prese la birra e si sedette sulla finestra, una gamba fuori, un braccio fuori, una gamba dentro, un braccio attaccato al vetro alzato.
"Voglio vedere la Statua della Libertà. Voglio vedere Coney Island", disse.
Presi un'altra birra.
"Oh, si sta bene qua fuori! È fresco e si sta bene".
Tammie si sporse dalla finestra e guardò giù.
Poi urlò.
La mano con cui si teneva al vetro era scivolata. Era quasi tutta fuori. Poi tornò dentro. Chissà come era riuscita a tirarsi su. Restò lì seduta, sconvolta.
"C'è mancato poco", le dissi. "Sarebbe venuta fuori una bella poesia. Ne ho perse, di donne, in tanti modi, ma questo sarebbe stato un modo assolutamente nuovo".
Tammie si avvicinò al letto. Si sdraiò a faccia in giù. Mi resi conto che era ancora fatta. Poi rotolò giù dal letto. Atterrò piatta sulla schiena. Non si mosse. Mi avvicinai, la tirai su e la rimisi sul letto. La presi per i capelli e cominciai a baciarla con violenza.
"Ehi... Che cosa fai?".
Ricordai che mi aveva promesso la fica. La rivoltai sullo stomaco, le tirai su il vestito, le tirai giù le mutandine. Le montai sopra e cominciai a menare colpi, in cerca della fica. Provavo dappertutto. Entrò. Scivolò sempre più dentro. Ce l'avevo fatta. Lei emetteva deboli suoni. Poi squillò il telefono. Lo tirai fuori, mi alzai e risposi. Era Gary Benson.
"Vengo li col registratore per l'intervista radiofonica".
"Quando?".
"Tra tre quarti d'ora".
Riappesi e tomai da Tammie. Ce l'avevo ancora duro. La presi per i capelli, le diedi un altro bacio violento. Aveva gli occhi chiusi, la bocca priva di vita. La montai di nuovo. Fuori la gente era seduta sulle scalette antincendio. Quando il sole si abbassava e cadevano le prime ombre venivano tutti fuori a prendere il fresco. La gente di New York City stava là fuori a bere birra e soda e acqua ghiacciata. Sopportavano e fumavano sigarette. Esser vivi era già una vittoria. Ornavano le scalette antincendio di piantine. Si accontentavano di quello che avevano.
Andai dritto al cuore di Tammie. Come un cane. I cani sapevano il fatto loro. Menavo colpi come un matto. Era bello non lavorare più alle poste. Sbattevo e menavo quel corpo. Nonostante le pasticche stava cercando di parlare. "Hank...", disse.
Alla fine venni, restai sdraiato sopra di lei. Eravamo tutt'e due zuppi di sudore. Rotolai giù, mi alzai, mi svestii e andai alla doccia. Ancora una volta mi ero scopato quella rossa più giovane di me di trentadue anni. Si stava bene sotto la doccia. Volevo vivere fino a ottant'anni per scoparmi una ragazza di diciotto. Il condizionatore non funzionava, ma la doccia si. Si stava proprio bene, là sotto. Ero pronto per l'intervista radiofonica.