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Giunto presso la porta del vice-consolato di Serbia,
Mony orinò a lungo contro la facciata, quindi suonò. Un
albanese in sottanella bianca gli venne ad aprire. Velocemente il principe
Vibescu salì al primo piano. Il viceconsole Bandi Fornoski se
ne stava tutto nudo nel suo salotto. Era sdraiato su di un soffice sofà,
con la lancia in resta; e vicino a lui c'era Mira, una bruna montenegrina
che gli titillava i testicoli. Anch'ella era nuda, e la posizione in
cui stava chinata faceva risaltare un culo ben tornito, bruno e serico,
e la cui pelle fine era tesa fin quasi a spaccarsi. Le due chiappe erano
divise da una riga ben netta e nera di peli, da cui si vedeva il buco
proibito, tondo come una pastiglia. Al di sotto si allungavano le due
cosce, lunghe e nervose, e poiché la posizione costringeva Mira
ad allargarle, si poteva scorgere una vulva gonfia e spessa, con lo
spacco in evidenza ombreggiato da una folta criniera tutta nera. Costei
non siscompose affatto per l'arrivo di Mony. In un altro angolo, su
di un canapè, due belle figliole dal gran culo si palpeggiavano
lanciando dei piccoli " ah! " di voluttà. Mony si sbarazzò
rapidamente dei vestiti, poi, con l'uccello in aria, ben ritto, si precipitò
sulle due porcellone cercando di separarle. Ma le sue mani scivolavano
su quei corpi sudati e lucidi che si torcevano come serpenti. Allora,
vedendole schiumanti di voluttà e furioso di non poterle dividere,
si mise a schiaffeggiare il grande culo bianco che si trovava alla sua
portata. Ma poiché la cosa sembrava eccitare o ancor più
la proprietaria, egli si mise a picchiare con tutte le sue forze, finché
il dolore prevalse sul piacere e la giovane, il cui prezioso culo bianco
Mony aveva reso color della rosa, si alzò esclamando piena di
rabbia:
" Maiale, principe degli inculati, non rompere, non vogliamo saperne
del tuo grosso cazzo. Va' a dare il tuo zuccherino a Mira. Lasciaci
fare l'amore. Giusto, Zulmé? ".
" Certo Toné! " rispose l'altra ragazza.
Il principe brandì il suo enorme arnese gridando:
" Ma come, giovani sporcaccioni, sempre a passarvi la mano nel
didietro! ".
Poi ne afferrò una e voleva baciarla sulla bocca. Era Toné,
una graziosa bruna il cui corpo tutto bianco aveva, nei punti nevralgici,
dei seducenti nei che ne esaltavano il candore; anche il suo viso era
pallido, e un neo sulla guancia sinistra rendeva ancor più stuzzicante
l'aspetto di quella graziosa. Il suo petto era ornato da due superbi
seni duri come il marmo, cerchiati di blu e sormontati da fragoline
rosa tenero, il destro deliziosamente segnato da un neo messo lì
come una mosca, una mosca assassina.
Mony Vibescu, afferrandola, aveva passato le mani sotto il suo gran
culo, che sembrava un bei melone germogliato al sole di mezzanotte,
tanto era bianco e pieno. Ognuna delle sue chiappe pareva tagliata in
un blocco di Carrara senza alcun difetto e le cosce che ne scendevano
erano tornite come le colonne di un tempio greco. Ma che differenza!
le cosce erano tiepide e le chiappe, invece, fredde, il che è
un segno di buona salute. La sculacciata le aveva rese leggermente rosee,
al punto che quasi potevano sembrar fatte di crema ai lamponi. Questa
vista eccitò al parossismo il povero Vibescu. La sua bocca suggeva
a turno le dure tette di Toné, e posandosi sul collo o sulla
spalla vi lasciava dei succhioni. Le sue mani tenevano saldamente quel
gran culo saldo come
un'anguria soda e polposa. Palpava quelle chiappe regali e aveva insinuato
l'indice nel buco del culo, d'una strettezza ammirevole. Il suo grosso
palo, che rizzava sempre di più, batteva sulla breccia di un'incantevole
fica di corallo adorna di un vello nero lucente. Lei gli gridava in
rumeno: " No, non me lo infilerai! " e intanto dimenava le
belle cosce tornite e grassottelle. Il grosso cazzo di Mony aveva ormai,
con la sua rossa testa infiammata, sfiorato l'umido antro di Toné.
Costei si agitò ancora, ma così facendo lanciò
un peto, non un peto volgare, ma un peto dal suono cristallino che le
provocò un riso violento e nervoso. La sua resistenza venne meno,
le cosce si aprirono e il grosso ordigno di Mony aveva già nascosto
la testa nell'antro quando Zulmé, amica di Toné e sua
compagna di sollazzi, si impadronì bruscamente dei coglioni di
Mony, e, strizzandoli nella manina, gli provocò un dolore tale
che il cazzo fumante uscì dal suo ricettacolo con gran disappunto
di Toné, che stava già dimenando il suo grosso culo sotto
la vita sottile.
Zulmé era una bionda dalla folta capigliatura che le scendeva
fino alle caviglie. Era più piccola di Toné, ma per grazia
e sveltezza non le era da meno. I suoi occhi erano neri e bistrati.
Non appena ebbe lasciato i ciglioni del principe, costui le si gettò
addosso esclamando: " Ebbene, pagherai per Toné! ".
Poi, afferrandole una graziosa mammella, cominciò a succhiarne
la punta. Zulmé si contorceva. Per provocare Mony faceva ruotare
ed ondeggiare il ventre in fondo al quale danzava una deliziosa barbetta
bionda e riccioluta. Al tempo stesso spingeva verso l'alto la sua graziosa
fica che fendeva il monte di Venere paffuto. Fra quelle rosee labbra
guizzava un clitoride piuttosto lungo, prova delle sue abitudini tribadiche.
Il cazzo del principe cercava invano di penetrare nell'antro. Infine
impugnò le chiappe e stava per entrare, ma proprio allora Toné,
indispettita di esser stata privata della scarica di quel cazzo superbo,
si mise a solleticare con una piuma di pavone i talloni del giovane.
Costui si mise a ridere e a dimenarsi. E la piuma continuava a solleticarlo;
dai talloni era salita alle cosce, all'inguine, al cazzo che rapidamente
disarmò.
Le due monelle Toné e Zulmé, compiaciute del giochetto,
risero un poco, poi, rosse e ansimanti, ripresero le loro manovre abbracciandosi
e leccandosi davanti al principe rimasto mogio e stupefatto. I loro
culi si alzavano in cadenza, i loro peli si mescolavano, i loro denti
sbattevano gli uni contro gli altri, i loro seni di seta, sodi e palpitanti,
si strofinavano a vicenda. Infine, stordite e gementi di voluttà,
vennero entrambe, mentre il principe ricominciava ad eccitarsi. Ma vedendole
ambedue così sfinite dai loro traffici, egli si rivolse verso
Mira che continuava ad armeggiare col cazzo del vice-console. Vibescu
si avvicinò pian piano e facendo passare il suo bei cazzo tra
le grosse chiappe di Mira, lo insinuò nella fica socchiusa ed
umida della giovane che, non appena sentì quella testa che la
penetrava, diede un colpo di reni che fece entrare anche il resto. Poi
continuò i suoi movimenti disordinati, mentre con una mano il
principe le accarezzava il clitoride e con l'altra le vellicava le tette.
Quel movimento di va-e-vieni nella fica ben serrata sembrava causare
un vivo piacere a Mira, e lo dimostrava lanciando grida di voluttà.
Il ventre di Vibescu sbatteva contro il culo di Mira, la cui freschezza
dava al principe una sensazione altrettanto piacevole di quella causata
alla giovane dal calore del ventre di lui. Ben presto i movimenti divennero
più vivaci e più bruschi; il principe si faceva sempre
più addosso a Mira che ansimava stringendo le chiappe. Il principe
le morse la spalla e la tenne così. Lei gridava:
" Ah! che bello... resta... più forte... più forte...
tieni, tieni, prendimi tutta. Inondami, sfondami... Tieni... Tieni...
Tieni ".
E si accasciarono in un orgasmo comune restando per un momento annientati.
Toné e Zulmé allacciate sul canapè li guardavano
ridendo. Il vice-console di Serbia aveva acceso una sottile sigaretta
di tabacco orientale. Non appena Mony si fu rialzato gli disse:
" Adesso, caro principe, è il mio turno; ho atteso il tuo
arrivo ed è per questo che me lo son fatto menare da Mira, ma
ti ho riservato il meglio. Vieni mio dolce cuore, mio bei culetto, vieni!
che te lo metto ".
Vibescu lo studiò per un istante, poi, sputando sul membro che
il vice-console gli presentava, proferì le seguenti parole:
" Ne ho abbastanza di farti da ganza, tutta la città ne
parla ".
Ma il vice-console, sempre col cazzo duro, si era alzato ed aveva preso
un revolver.
Ne puntò la canna su Mony, che, tremando, gli offrì il
didietro balbettando:
" Bandi, mio caro Bandi, tu sai che t'amo, inculami, inculami ".
Bandi, sorridendo, fece penetrare il suo cannone nel buco elastico che
si trovava fra le due chiappe del principe. Come fu dentro, mentre le
tre donne stavano a guardare, si dimenò come un ossesso bestemmiando:
" Sacramento! Godo, stringi, mio bei gitene, stringi che godo,
stringi le tue chiappe incantevoli ". E scaricò, con gli
occhi spiritati, con le mani artigliate su quelle spalle delicate. Poi
Mony si lavò, si rivestì e se ne andò dicendo che
sarebbe tornato dopo pranzo. Ma arrivato a casa, scrisse questa lettera:
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