La ballata del carcere

(Il racconto è composto da 6 parti)

 
 

V. stanza

Io non so se le Leggi hanno ragione o se le Leggi hanno torto : tutto ciò che sappiamo - noi, i prigionieri del carcere - si é che il muro é ben solido e che ogni giornata equivale ad un anno, un anno i cui giorni sono molto lunghi.
Ma questo io so: che ogni Legge fatta dagli uomini per l'Uomo da quando un Uomo per la prima volta troncò la vita del suo fratello e da quando ebbe origine il mondo della sofferenza - ogni Legge disperde il grano buono e conserva la crusca, col peggiore crivello.
Ed anche questo io so - e quanto sarebbe saggio, se ciascuno lo potesse ugualmente sapere! - che ogni prigione edificata dagli uomini é costrutta con i mattoni dell'infamia ed é chiusa con le sbarre - per paura che Cristo veda come gli uomini straziano i loro fratelli.
Con delle sbarre essi sfigurano la graziosa luna e accecano il buon sole ; e bene fanno a nascondere il loro Inferno, perché vi accadono delle cose che non dovrebbero mai esser viste né dal Figlio di Dio, né dal Figlio dell'Uomo.
Le azioni le più vili, simili ad erbe avvelenate, vigoreggiano nell'atmosfera del carcere; là dentro s'esaurisce e si sciupa soltanto ciò che é buono nell'Uomo ; la pallida Angoscia vigila alla pesante barriera e la Disperazione ne è la Custode.
Vi si affanna il piccolo fanciullo spaventato sino a farlo piangere giorno e notte ; vi si flagella il debole, vi si frusta l'idiota, vi si scherniscono i vecchi dai capelli bianchi e alcuni diventano folli e tutti diventano peggiori - e nessuno può aprir bocca.
Ogni angusta cella che noi abitiamo é un'infetta e cupa latrina, e il fetido, soffio della Morte vivente soffoca ogni abbaino sbarrato e tutto - tranne il desiderio - é ridotto in polvere nella macchina Umanità.
L'acqua salmastra che noi beviamo, filtra con una melma nauseabonda e il pane amaro che pesano con precauzione é pieno di calce e di gesso e il sonno mai non s'addorme, ma cammina con dilatati occhi - implorando grazia dal Tempo.
Ma quantunque la Fame sfinita e la livida Sete combattano tra di loro come l'aspide e la vipera, poco ci si preoccupa del cibo della prigione, perché ciò che estenua e uccide interamente si è che ogni pietra sollevata durante il giorno diviene il vostro stesso cuore durante la notte.
Sempre con la mezzanotte fosca nel cuore e col crepuscolo dentro la cella noi giriamo la manovella e sfilacciamo la fune, ciascuno nel suo separato inferno, e il silenzio é più terribile che il rintocco delle campane di bronzo.
E mai una voce umana si approssima per pronunciare una dolce parola e l'occhio che scruta attraverso gli sportelli e inesorabile e duro, e, dimenticati da tutti, noi imputridiamo e imputridiamo con l'anima e il corpo marciti.
Così arrugginiamo la catena di ferro della Vita, avviliti e solitari, e alcuni rompono in maledizioni e altri piangono - ed altri ancora non si lasciano sfuggire il minimo lamento ; ma le eterne Leggi di Dio sono elementi e spezzano il cuore di pietra.
Ed ogni cuore umano che si spezza in un cortile o in una cella della prigione è simile a quel cofano spezzato che offerse ilproprio tesoro al Signore e riempì dell'aroma del più ricco nardo l'impuro tugurio del lebbroso.
Ah ! beati coloro i cuori dei quali si possono spezzare e guadagnar la pace del perdono! Altrimenti come potrebbe l'uomo purificare la sua anima dal peccato? Dove, dunque, se non in un cuore infranto, potrebbe entrare il Cristo Signore'"?
E l'uomo dalla gola rossa e gonfia, dagli occhi puri ed assorti, aspetta le mani sante che trasportarono il Ladro in Paradiso - perché il Signore non disprezza un cuore infranto e contrito.
L'uomo paludato di rosso che interpreta la Legge gli concesse tre settimane di vita per mettere la sua anima in armonia con la sua anima, e per purificare dalla più piccola goccia di sangue la mano che aveva impugnato il coltello.
E con delle lagrime di sangue egli purificò la sua mano, la mano che brandì l'acciaio ; perché solamente il sangue può lavare il sangue e soltanto le lagrime possono guarire e la macchia vermiglia di Caino divenne il sigillo di Cristo candido come la neve.

 

VI. stanza
Nel carcere di Reading, della città di Reading, c'é una tomba d'infamia e vi giace un miserabile divorato da denti di fiamma - in un sudario ardente egli giace e la sua tomba non ha nome.
E là, fino al giorno in cui Cristo chiamerà i morti al Giudizio, egli riposa in pace; non c'é nessun bisogno di piangere e di sospirare: egli aveva ucciso colei che amava ; e per questo ha dovuto morire.
Ma ognuno uccide la cosa che ama; lo sappiano tutti; gli uni uccidono con uno sguardo di odio, gli altri con delle parole carezzevoli, il vigliacco con un bacio, l'eroe con una spada!

 
Oscar Wilde