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Infine i visitatori se ne andarono a poco a poco. Alberti e l'Armandi
rimasero soli, seduti l'uno accanto all'altra, e, per alcuni istanti,
silenziosi.
La contessa s'alzò all'improvviso, si allontanò bruscamente
da lui, diede un'occhiata incerta all'intorno, poi gli venne incontro
risolutamente facendo frusciare i lembi del vestito con un sibilo di
serpente irritato, e gli si piantò in faccia.
"Cosa avete? Dite infine! parlate!" esclamò corrucciata.
"Nulla, cosa volete che abbia?" rispose egli con durezza.
Le labbra della donna tremarono convulsamente, e s'agitarono due o tre
volte come per parlare. Ma ad un tratto scoppiò in un accento
indescrivibile, coprendosi il viso colle mani:
"Ah! come mi punite!"
Ei s'alzò, le prese le mani che gli sfuggirono, e rimase alcun
tempo senza trovar parola. "Che vi ho fatto?" balbettò
infine.
"Nulla m'avete fatto!" esclamò l'Armandi sdegnosamente.
Alberto le prese nuovamente la mano. Stavolta ella gliel'abbandonò
senza accorgersene; teneva gli occhi fitti sul tappeto, torva, accigliata.
Tutt'a un tratto gli disse con voce breve e concitata, fissandogli in
faccia uno sguardo lucido e freddo come l'acciaio:
"Perché siete venuto? Cinque minuti prima di legarmi a voi
mi sarei piuttosto buttata nel lago se avessi potuto immaginarlo! Ora
avete il diritto di dubitarne!"
Alberto si fece rosso e pallido.
"Non mi amate?" le disse allentando la mano.
"Che cosa pensereste adesso di me se non vi amassi?" gli rispose
sorridendo di un riso che faceva rilevare il labbro superiore con un'espressione
d'amarezza intraducibile. "Ma non avrei voluto essere vostra amante...
Ve lo giuro per mia figlia... per mia figlia!" replicò con
forza, guardandolo alteramente negli occhi, e scuotendogli la mano,
nell'osservare un impenetrabile movimento di lui. "Voi m'avete
preferito a un'altra donna, ed io ero orgogliosa..." E chinando
il capo con sarcastica e fiera rassegnazione: "Adesso vedete che
non lo sono piú".
Si abbandonò sulla poltrona e nascose il viso nel fazzoletto,
senza muoversi piú, senza dire una parola, cosí altera
e sdegnosa che Alberto non osò scostare una punta di quel fazzoletto.
"Cosa v'ho fatto?" replicò alfine giungendo le mani
"Non vedete come soffro? come vi amo? come ho sofferto per non
avervi potuto vedere?... Avete letto il mio biglietto?"
"Sí... e la mia cameriera prima di me."
"Ho scritto per questo in inglese..."
"Avreste dovuto scrivere in camaldolese: sarebbe stato meno sospetto,
e meno compromettente."
Ella parlava piano, con calma, con accento di rassegnazione ironica,
col viso dimesso, e le mani incrociate sulle ginocchia.
"Ho avuto torto!" rispose Alberto alquanto indispettito, "perdonatemi.
Vi amavo, avevo perduto la testa Non pensavo alle convenienze, al mondo,
ai domestici... Avevo bisogno di pensare a voi.... di fare qualche cosa
per voi... Non avevo altro da dirvi..."
"Nemmeno che avreste fatto della musica colla signora Rigalli,
onde non compromettervi col vostro scritto... Non è cosí?"
interruppe la donna.
"Oh!"
"Perché arrossite d'avermelo rimproverato mezz'ora fa: Avevate
ragione!" riprese ella colla medesima calma nella parola, nell'accento,
nella fisonomia e nell'atteggiamento. "Il vostro amore è
schietto, franco, e sincero. Io ho parlato dinanzi a voi di mio marito,
e non ho arrossito In presenza di coloro che mi ascoltavano. Ho mentito
l'indifferenza e la disinvoltura, ho mentito verso di voi, verso i miei
doveri, e verso il mondo; avete il diritto di pensare che vi abbia mentito
anche quando vi ho detto che vi amo! Mezz'ora fa mi avete guardata in
faccia stupefatto due o tre volte, e avete arrossito per me, vi ho visto.
Voi non ci avete colpa. Son moglie, son madre, ho dei doveri sociali
e son la vostra amante: è impossibile conciliare tutto quello
che ci è di contraddittorio nel mio stato senza mentire. Io mi
sono umiliata ai vostri occhi facendo il sacrificio del mio orgoglio
e della mia delicatezza dinanzi a voi, per voi. Non vi faccio un rimprovero.
È colpa vostra se avete tutto per voi, la franchezza, la lealtà,
la delicatezza l'onore, e, a salvaguardia di tutto ciò, la vostra
spada? Voi avete tutto quello che io mi son messo sotto i piedi... per
voi."
A queste ultime parole il sarcasmo scoppiò nell'accento vibrato,
sibilante, nel sorriso amaro e nelle calde lagrime che ella asciugava
dispettosamente prima ancora che spuntassero sull'orbita. Ciascuna di
quelle parole, ciascuno di quegli accenti andavano a colpire sul viso
Alberti, il quale stava zitto, immobile, arrossendo e impallidendo a
vicenda come se si sentisse schiaffeggiare dalla propria coscienza.
"Perché m'avete amato?" domandò alfine con voce
fremente e soffocata.
L'Armandi alzò su di lui gli occhi ardenti di lagrime e di collera,
come smemorata, e non rispose.
"Perché non mi scacciate?" replicò Alberti.
Un'espressione indefinibile, un non so che di attonito, d'ansioso, d'irato,
di vendicativo, d'innamorato e di pauroso, lampeggiò nello sguardo
della contessa. Ella stette alcun tempo senza dir nulla; poi arrovesciò
il capo all'indietro sulla spalliera della poltrona, con un movimento
felino, e colle mani intrecciate dietro la nuca, colle larghe maniche
cadenti per le candide braccia, rispose mollemente, guardando il soffitto:
"Avete ragione. Il meglio sarà non vederci piú."
Alberto rimase immobile, guardandola. Ad un tratto si precipitò
su di lei come un leone innamorato, l'afferrò per la vita, senza
dire una parola, e la sollevò sulle braccia. Ella piantò
gli occhi scintillanti come armi omicide in quel viso pallido e stravolto,
tenendosi discosta da lui con tutta la forza della sue braccia irrigidite,
e all'improvviso gli si avventò al collo, e lo baciò rabbiosamente.
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