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Eccovi una narrazione - sogno o storia poco importa - ma vera, com'è
stata e come potrebbe essere, senza retorica e senza ipocrisie. Voi
ci troverete qualcosa di voi, che vi appartiene, che è frutto
delle vostre passioni, e se sentite di dover chiudere il libro allorché
si avvicina vostra figlia - voi che non osate scoprirvi il seno dinanzi
a lei se non alla presenza di duemila spettatori e alla luce del gas,
o voi che, pur lacerando i guanti nell'applaudire le ballerine, avete
il buon senso di supporre che ella non scorga scintillare l'ardore dei
vostri desideri nelle lenti del vostro occhialetto - tanto meglio per
voi, che rispettate ancora qualche cosa.
Però non maledite l'arte che è la manifestazione dei vostri
gusti. I greci innamorati ci lasciarono la statua di Venere; noi lasceremo
il "cancan" litografato sugli scatolini dei fiammiferi. Non
discutiamo nemmeno sulle proporzioni; l'arte allora era una civiltà,
oggi è un lusso: anzi, un lusso da scioperati. La civiltà
è il benessere; ed in fondo ad esso, quand'è esclusivo
come oggi, non ci troverete altro, se avete il coraggio e la buona fede
di seguire la logica, che il godimento materiale. In tutta la serietà
di cui siamo invasi, e nell'antipatia per tutto ciò che non è
positivo - mettiamo pure l'arte scioperata - non c'è infine che
la tavola e la donna. Viviamo in un'atmosfera di Banche e di Imprese
industriali, e la febbre dei piaceri è la esuberanza di tal vita.
Non accusate l'arte, che ha il solo torto di avere più cuore
di voi, e di piangere per voi i dolori dei vostri piaceri. Non predicate
la moralità, voi che ne avete soltanto per chiudere gli occhi
sullo spettacolo delle miserie che create, - voi che vi meravigliate
come altri possa lasciare il cuore e l'onore là dove voi non
lasciate che la borsa, - voi che fate scricchiolare allegramente i vostri
stivalini inverniciati dove folleggiano ebbrezze amare, o gemono dolori
sconosciuti, che l'arte raccoglie e che vi getta in faccia.
Avevo incontrato due volte quella donna - non era più bella di
tutte le altre, né più elegante, ma non somigliava a nessun'altra.
- Nei suoi occhi c'erano sguardi affascinanti, come il corruscare di
un'esistenza procellosa che era piena di attrattive. - Tutti gli abissi
hanno funeste attrazioni, e quelle voragini che ingoiano la giovinezza,
il cuore, l'onore, si maledicono facilmente, ahimè! quando arriva
la filosofia dei capelli bianchi. - Era bionda, delicata, alquanto pallida,
di quel pallore diafano che lascia scorgere le vene sulle tempie e ai
lati del mento come sfumature azzurrine; aveva gli occhi cerulei, grandi,
a volte limpidi, quando non saettavano uno di quegli sguardi che riempiono
le notti di acri sogni; aveva un sorriso che non si poteva definire
- sorriso di vergine in cui lampeggiava l'imagine di un bacio. Ecco
che cosa era quella donna, quale si rivelava in un baleno, fuggendovi
dinanzi nella sua carrozza come una leggiadra visione, raggiante di
giovinezza, di sorriso e di beltà. - In tutta la sua presenza
c'era qualcosa come una confidenza fatta al vostro orecchio con labbra
tiepide e palpitanti, che vi rendeva possibile il sognare le sue carezze,
e farci su mille castelli in aria. Non era soltanto una bella donna
- certe altezze non attraggono appunto perché sono inaccessibili.
- L'ammirazione che ella destava assumeva la forma di un desiderio;
c'era nei suoi occhi qualche cosa come un sorriso e una promessa che
faceva discendere la dea dal suo cocchio superbo - o piuttosto vi metteva
accanto a lei, e faceva correre il vostro pensiero alle cortine della
sua alcova, e ai viali più ombreggiati del suo giardino.
Si chiamava Eva, o almeno si faceva chiamare così, e quel nome
era forse un epigramma. Tutti conoscevano la sua vita un po' più
in là del palcoscenico della Pergola, e, forse meglio di tutti,
le dame del gran mondo che parlavano di lei celandosi dietro il ventaglio.
Nessuno ne sapeva più di un altro. Era l'apparizione di un astro
in mezzo alla splendida società fiorentina, una febbre di giovanotto
fatta donna. L'avevo incontrata due volte, e non mi era sembrata
la stessa donna, forse per le diverse disposizioni d'animo in cui mi
ero trovato; e forse anche per ciò che era rimasta in me più
viva e profonda l'impressione di lei. La prima volta la vidi pel Lungarno,
in un elegante legnetto, e guidava una bella pariglia di cavalli inglesi;
aveva il sorriso negli occhi più che nelle labbra, ed era una
cert'aria graziosa ed ardita in tutta la sua persona che vedendola faceva
sorridere di piacere. Io ero triste, senza saperne il perché,
forse per non avere meglio da fare, e macchinalmente la seguii cogli
occhi e col pensiero - e il pensiero corse lontano verso tutte le ridenti
follie del cuore. Un'altra volta la incontrai alle Cascine, in uno di
quei viali che nessuno frequenta. Quel mattino il mio cuore faceva festa
- domeniche gioconde dei venticinque anni che non tornano più!
- Il sole splendeva, ed il sorriso brillava negli occhi di Vittorina
- larva di un di quei giorni in cui si prodiga tanta parte di cuore
come se non dovessero tramontare giammai - fantasma di un'ora felice
che si dimentica prima ancora che sia trascorsa, - nello stesso modo
che ella avrà dimenticato persino il mio nome, o lo rammenterà
come io adesso mi rammento del suo, a proposito di qualche cosa che
allora ci passò sotto gli occhi senza che ce ne avvedessimo.
Il viale era deserto, gli uccelli cinguettavano fra gli alberi, e i
rami sussurravano lieve lieve, intrecciando mollemente le loro ombre
in bizzarri disegni sulla ghiaia del viale. Noi non si parlava certamente
dell'ultimo fascicolo dell'Antologia. Vittorina era allegra, cantava,
rideva e il riso la faceva bella. Io guardavo ed ascoltavo. Quando il
nostro fiacre passò accanto ad un bellissimo legno, che stava
fermo in mezzo al viale, vidi, attraverso il cristallo scintillante,
una testolina bionda, come una rosea visione, incorniciata dall'imbottitura
di seta della carrozza. Ella ci volse uno sguardo, un solo sguardo limpido
come l'azzurro dei suoi occhi, ma disattento, anzi noncurante, uno di
quegli sguardi che vi affissano in volto senza vedervi, e tornò
a chinare gli occhi sul libro.
Vittorina chinò il capo e ammutolì, come se quella bionda
e leggiadra visione fosse sempre lì, fra di noi, seduta sui cuscini
della nostra carrozza.
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