Nadia
(Da: "Lucie nella foresta")
 
Questo pomeriggio, sulla tomba del Capitano, ho conosciuto Nadia. Nuvoloni neri s'addensavano sul muro del cimitero. L'ho vista entrare dalla porta di fondo, fasciata da una gonna floscia le cui pieghe scappavano in avanti, spinte dal vento. Stavo allattando Johnny e al tempo stesso cercavo di ripararlo. Lottavo anch'io contro l'approssimarsi del temporale.
Quando Nadia è arrivata alla nostra altezza, ci siamo rivolte entrambe un sorriso complice; poi lei ha guardato la scritta sulla lapide e ha detto: "Capitano di lungo corso! Ecco un vento degno di lui!" E ci siamo messe a parlare.
Ha visto la macchia azzurra, rotonda, sotto la caviglia sinistra di Johnny. Le ho detto che era nato così, e anche con la schiena coperta di lunghi peli neri e serici (la levatrice aveva lanciato un grido, allora, e poi era rimasta tutta imbarazzata). Ho capito che Nadia si chiedeva se non stessi scherzando, così ho sollevato il coprifasce di bebé John e le ho fatto vedere. Si è molto impressionata, come tutti. E, come tutti, s'è sforzata di non sembrarlo troppo.

Mi piacerebbe proprio sapere chi era questo Capitano di lungo corso. Non si seccherà d'essere ormai inchiodato per sempre lì sotto terra? Chissà che, al contrario, quest'ultimo viaggio non sia invece il più avventuroso che abbia mai fatto: forse sta navigando a bordo della sua cassa verso cieli che neanche possiamo immaginare... Mi fa un po' pena, comunque. Si sarà pur reso conto che il suo lungo corso non era poi così lungo.
Anche il mio orso aveva bisogno di grandi spazi.
Dove vanno gli orsi quando muoiono?

Ho sognato che il postino veniva a portarmi un calendario in omaggio. (In verità, naturalmente, non vedo mai il postino, non avendo cassetta per le lettere. D'altronde, chi potrebbe mai scrivermi? E naturalmente non ho il calendario delle poste.) Mi scocciava proprio dover scegliere tra fotografie di gatti in un cesto, cavalli nei prati, cani, bambini e paesaggi che non sembravano avere altra ragion d'essere se non quella di figurare su un calendario che le nonne avrebbero appeso al muro accanto all'orologio a pendolo. Alla fine prendevo una fotografia di montagna (in primavera da un lato, in inverno dall'altro).
Allora il postino, un ometto dal viso affilato e dai capelli unti, infagottato nell'uniforme azzurra, mi diceva con una sorta di sorriso benevolo e un'occhiata circolare al Campanile: "Hanno rifatto tutto qui. E' bello, adesso". E, non osando fare la figura di chi non sapeva niente, io lasciavo che uscisse senza chiedere spiegazioni.
Subito dopo arrivava un giovane dall'aspetto di poeta del secolo scorso, camicia aperta, magro, occhi febbricitanti e capelli al vento. Aveva intenzione, mi spiegava, di fondare un giornale murale. Accettavo di prestare il muro della mia chiesa per affiggere i testi letterari dei grandi autori con cui s'era messo in contatto (mi fece i nomi), e che s'erano già dichiarati entusiasti della sua idea, come pure le poesie di due o tre amici suoi, del tutto sconosciuti al grande pubblico perché mai pubblicati fino a quel giorno ("Lei sa come funziona il sistema editoriale", aveva aggiunto con aria saputa), e di cui lui s'assumeva l'onere di rivelare l'immenso talento?
Proprio mentre m'accingevo a rispondere, il giovane, data un'occhiata al Campanile, aveva aggiunto: "Sono venuto qui l'anno scorso a vedere l'appartamento da affittare. A quell'epoca, per la verità, gli appartamenti erano due". Lo so, avevo detto io, hanno ristrutturato. Hanno unito i due appartamenti e adesso ce n'è uno solo.
Sveglia, ho guardato il Campanile, e ho cercato tracce di un'eventuale antica separazione in due appartamenti. Ma l'architettura di questa chiesa è così strana che non è facile rintracciarvi dei punti di riferimento sicuri. San Marco è sconsacrata e incompiuta al tempo stesso. È stata costruita da un architetto pazzo (e forse geniale), o da un architetto geniale (e forse pazzo), che è morto prima di portare a compimento la sua opera. Il progetto di questa basilica neobarocca era così complesso e così costoso da realizzare che si è rinunciato, dopo di lui, a terminarla, benché fosse quasi finita.
Manca una metà del tetto. Ancor oggi la gru esce da quello squarcio nella chiesa, e svetta alta quanto la guglia. Col tempo, anch'essa si è modellata, sotto l'opera del sole, della pioggia e degli sguardi, e si ha l'impressione che sia parte dell'edificio.
Per i primi venticinque anni ci sono state delle barriere metalliche attorno alla chiesa: avevano messo una biglietteria e facevano pagare la visita al monumento incompiuto. Poi i curiosi si sono fatti rari e, soprattutto, un imprenditore ha avuto l'idea di trasformare in appartamenti tutte le parti dell'edificio dotate di pareti e tetto. Ha cominciato dal Campanile, ma poi le cose gli sono andate male e ha abbandonato il progetto. Nessuno si è più interessato alla sfortunata basilica, e credo proprio d'essere stata io la prima, quasi cinquant'anni dopo, a occupare abusivamente l'appartamento - anche quello incompiuto (mancano le porte) - ricavato nel Campanile.
Alina Reyes