5 luglio 1935

(Da: "Fuoco - Diari d'Amore")

 
 

Eduardo dice, giustamente, che la consapevolezza non è pericolosa se la si mette a frutto per fare qualcosa o creare qualcosa. Ma se uno resta lì a contemplare la propria consapevolezza finisce col marcire. Soffro profondamente perché mi manca il ritmo elettrico di New York (o di Rank?). Era come stare in sella a un focoso cavallo da corsa, che ti dava vigore animale. Qui è come una pattumiera. Henry(*) dice che in questa pattumiera l'anima si espande. Non la mia. Io ero ebbra di libertà, di grandezza, di spazio e dinamismo.
Parigi è un orto di verdure. Dove sono le mie ali, i miei aerei, le mie navi, i treni e la luminosità di New York? Voglio andarmene. Louveciennes è troppo piccola per me. La vita di Henry è troppo lenta e sonnacchiosa.
Scalpito. Je piétine sur place.
Sono in attesa di un amante. Devo essere squarciata e strappata via a forza, e vivere secondo i demoni e l'immaginazione che ho in me. Non ho pace. C'è qualcosa che mi chiama altrove. Le stelle mi stanno di nuovo tirando i capelli. Sento che devo obbedire - a cosa? Al capriccio. Sto aspettando quest'uomo che sognavo mentre Huck mi parlava - quest'uomo che mi avrebbe liberato da tutti gli altri. Nemmeno uno è stato abbastanza forte da liberarmi dalle ambivalenze e dalle divisioni. A Louveciennes c'è un ordine, un ordine divino che mi è necessario per continuare a lavorare. Vivere continuamente con Henry mi è impossibile perché con lui non sono me stessa. Tutto dev'essere come lui vuole. Mangiamo, dormiamo secondo i suoi orari. Frequentiamo i suoi caffè, andiamo a vedere i suoi film; leggiamo i suoi libri, cuciniamo per i suoi amici, tutto è solo in sua funzione.
A Louveciennes tutto è in funzione mia.

Oggi copro Henry d'amore e di tenerezza. Un altro giorno copro di tenerezza Hugh, perché sta male a causa di un ascesso. Mi dedico totalmente a lui. Devo andare a trovare mio padre per un paio d'ore perché sta partendo per il Sud.

Questo mio ego sta crescendo a dismisura. Sono meno felice di quando ero meno egoista.
Quando mi rivolgo a Eduardo con le mie domande, chiamo le sue risposte "astroanalisi". Dice che ho Marte nella Bilancia per cui sto esprimendo il mio Marte invece di lasciare che lo faccia Henry. Gli chiedo: "Mi imbarcherò domani? Andrò da qualche parte? Devo obbedire ai miei impulsi o ridere di me stessa?"
Perché niente riesce a trattenermi? Henry sta scrivendo, ma non vive. Quanto a Fraenkel, non posso avvicinarmi troppo, come non avrei dovuto avvicinarmi troppo a Rank. A Rank ho dato una vita a due troppo piena, troppo completa quando eravamo a New York e dopo non ha più potuto essere solo un amante. Se non mi fossi comportata cosi, forse non avrebbe preteso di avermi tutta per sé. E forse c'incontreremmo ancora in quella brutta camera francese per qualche ora alla settimana.
Mi sento stranamente liberata; non c'è frontiera, non c'è parete, non c'è timore, non c'è niente che mi trattenga dall'avventura. Mi sento cieca, instabile, senza dimora o direzione. È adesso che posso diventare veramente pericolosa per la felicità di Hugh, di Henry, di mia madre e di Joaquin. Una tigre sguinzagliata, senza pastoie.
Sacrifici. Sono tornata da New York, allontanandomi dal mio lavoro e dalla mia libertà, perché Hugh è venuto a prendermi, convinto, nel suo candore, che sarei tornata. Sono tornata perché Henry non voleva rimanere a New York. Sarei tornata anche per Huck, per mio padre, per mia madre e per Joaquin. Non per me. E qui?

 
Anaïs Nin
(*) Henry Miller