12 gennaio 1937

(Da: "Fuoco - Diari d'Amore")

 
 

Dopo la chiacchierata con Elena, ho cominciato a soffrire - anche nel corpo. Un dolore fisico, corporeo, per la paura di separarmi da Henry, come se lo stessero strappando dalla mia stessa carne. Due giorni di dolore, nei quali correvo da Gonzalo anche solo per un'ora, a crogiolarmi nella sua bontà immensa e protettiva, una forza dell'amore che in lui sento nonostante sia a sua volta il mio bambino - un bambino di tipo diverso. Gonzalo, stringimi forte. Sto impazzendo di nuovo. Creo un paradiso artificiale, una felicità irreale, e la vita umana la distrugge, la avversa.

Per la seconda volta rispondo alle sue carezze. Che gioia quando raggiunsi per la prima volta l'orgasmo fra le sue braccia, quando mi abbandonai completamente. Non ho dubbi sul suo amore. Il suo corpo c'è sempre per me, la sua bocca, le sue carezze.
Ma che dolore, che sofferenza, separarmi da Henry. I sensi di colpa mi fanno pensare che perderò Henry perché cerco la felicità altrove, lontano da lui.
Lunedì, appena alzata, corro da Henry. Mi accoglie con un bacio affettuoso. È allegro, dolce come il miele. Mangiamo insieme. Dopo pranzo non vede l'ora di portarmi a letto. Mi prende con gusto, prolungando il piacere. Rispondo con trasporto bestiale, mentre Henry pronuncia parole altrettanto bestiali. Dormiamo. Sembra tutto immutato. Mi sono portata del lavoro. Lavora anche lui, fino a quando vado via.
Vado da Gonzalo sulla Nanankepichu per la prima riunione politica. Comité Ibérien pour la Défense de la République Espagnole. Il grande stanzone è illuminato da una sola lampada. Arrivano gli uomini - messicani con lunghi capelli neri, anelli d'oro e camicie colorate, cileni, nicaraguensi, cubani sbiaditi, poeti, studenti di medicina, studenti di legge. Il posto piace. È romantico, e mette paura. Anche troppa. Terrorizza quelli che non hanno le carte in regola. Alla vista del poliziotto che monta regolarmente la guardia in cima alle scale che portano alla banchina, [Pablo] Neruda, il poeta indolente e malaticcio, si spaventa e torna di corsa ad avvertire Gonzalo che sta aspettando altri compagni alla base del Quai d'Orsay. Gonzalo viene preso dal panico: "Mio Dio, Anaïs è nei guai, gliel'ho combinata grossa!" Si precipita sulla barca e ci trova che stiamo fumando tranquilli. Sono stata presentata come "una nuova camarade, Anaïs Nin". Dobbiamo lasciare la Nanankepichu. Hanno tutti paura, cosi ci trasferiamo in un caffè. Gonzalo spicca tra loro per la sua diversità, è fisicamente più imponente e di tutt'altra qualità. È l'unico attivo, focoso, completo che ci sia tra loro. Gli altri sono scialbi, indistinti, prosaici. L'argomento
principale è come usare, come sfruttare, direi, la morte di un poeta messicano caduto in Spagna per la causa. Si dovrebbe scrivere un pamphlet.

Pubblicare qualcuna delle sue poesie. Quanti soldi ci sono nella caisse? Quaranta franchi. Stop. Come procurarsi il denaro? Neruda si sfrega le mani bianche e mollicce da politico. Gonzalo sembra un alieno piovuto da un altro pianeta. I suoi capelli ondulati pettinati all'indietro fanno pensare a un eroe romantico. La sua fronte altissima emana un'aura di misticismo. Ha la bocca di un bambino, pronta a tremare. Il suo sguardo è caldo, carezzevole, magnetico. Il mento è forte. Ha mani solide, fatte per l'azione. È nervoso come un purosangue. Non dovrebbe fare politica. È un idealista, un combattente. Come può usare questo corpo ardente e vitale?
Gli guardo il collo, il suo collo magnifico, simile a quello di una statua, solido, muscoloso. Un animale turbato da un'anima. Lo scuro indio in lui, colpito dalla maledizione dell'anima.
Gli dò i miei occhi, il mio intuito, la mia saggezza, incitandolo in qualche modo ad agire da solo. Gli dico che sta sprecando energie per tirarsi dietro gli altri. Ma la politica è trascinare gli altri. È lavorare con le masse.
Ieri sera ho intuito la bellezza della politica. Sapevo di non appartenere a quel mondo, ma dovevo stare al fianco di Gonzalo, essere solidale con lui. Malaise in mezzo a quella gente, lo stesso senso di malessere che provo sempre in certi ambienti - come si sentirebbe un canguro sbalzato in mezzo a un'orda di elefanti.

Quando Gonzalo parla del ruolo dell'artista nella trasformazione del mondo, rispondo con garbo estremo, dolcemente: "È un problema che mi ponevo a sedici anni. Poi ne ho capito la futilità e ho lavorato indefessamente alla costruzione di un mondo individualmente perfetto. E l'ho fatto all'esterno, astraendomi dalla realtà."
"Si, ma ecco che siamo arrivati a un momento in cui questo mondo individuale perfetto viene bloccato dal mondo esterno. Adesso non puoi più fare un passo avanti. Sei bloccata. Non puoi pubblicare il tuo lavoro perché offende gli ideali borghesi. Non puoi vivere la tua vita, perché troppe persone dipendono da tè."
Questo è vero. A un certo punto, da una parte o dall'altra, il mio mondo individuale va a sbattere contro i muri della realtà. Mi trovo di fronte a catastrofi esterne - guerre, rivoluzioni, disastri economici, decadenza, una società marcescente.
Henry distrugge il marcio e si ferma lì.
E io? Incurante del marciume, io ho costruito un mondo. Ma dentro di me so che nessun cambiamento esterno può alterare i meccanismi interiori dell'uomo. So fin troppo bene che sono fattori di ordine psicologico, colpe, paure che ci motivano o ci bloccano.
Gonzalo è così sincero che lo rispetto. Il momento più bello è quando ci baciamo, quando i nostri corpi si uniscono. Quando ricade ansimante sul letto e dice: " Dio, quanto mi fai felice..."

Un tipografo, rimuginando sulla perdita della donna amata, ha composto il suo nome in caratteri e l'ha ingoiato.
Un bandito che aveva aggredito un uomo per derubarlo, gli ha piantato un chiodo nelle mani per bloccarlo su una panchina.
Un uomo ha violentato la figlia di quattordici anni di fronte alla madre.
In Spagna, una corrida: ma al posto del toro un uomo, in cui piantare banderillas esplosive in corpo.
Dinamite nel grembo delle donne.
Letto galleggiante sulla Nanankepichu.

Onestà nei confronti di Elena. La dissuado dallo sposare un uomo che non ama. Penso alla sua felicità mentre parliamo, e la compatisco per la sua vita vuota e solitaria. Ma mentre le parlo del mio rapporto armonioso con Henry spero che si renda conto che siamo uniti e non si faccia delle idee su di lui. Eduardo mi rassicura dicendo: "Elena ha una personalità troppo forte. Non credo che Henry abbia ancora voglia di quel tipo di lotta. Lui vuole altro: o te, o un diversivo sessuale di tanto in tanto."
Elena forte, espressiva, positiva, risoluta. Potrebbe offrirgli solo la stessa intelligenza e comprensione che gli davo io. Niente di più. Forse pensavo questo perché stavo lavorando ai vecchi diari per Clairouin, il che contribuiva parecchio a ravvivare il mio sogno di felicità con Henry - la perfezione del nostro rapporto preso di per sé, fuori dal mondo. È la figura di Henry nel mondo che mi ferisce, perché è così femminile, arrendevole, impressionabile. Eppure al di là di questa sua apparente facilità di rapporto con molta gente, mi rendo conto che Henry stabilisce un contatto profondo con pochissime persone. Solo che lui sa come instaurare uno scambio superficiale, mentre io posso comunicare solo a livello profondo o nient'affatto. Elena ha usato un'espressione profondamente vera: vivere dentro il significato, non fuori. Il che rispecchia la mia esperienza di quest'anno: lasciare la psicoanalisi, vivere "all'interno", in modo consapevole, esprimendomi attraverso l'azione.
Vedo per la prima volta mio padre come un bambino - proprio un bambino - che naturalmente è privo di ogni istinto di protezione.
Non ho ricordi di Donald Friede. Svaniti. Ecco cosa devono provare gli uomini nei confronti delle donne che hanno posseduto senza amarle.

 
Anaïs Nin