Autobiografia

"Lettera inviata da Mallarmé il 16 novembre 1885 a Paul Verlaine"

 
... Non esisteva, voi lo sapete, per un poeta, nessuna possibilità di vivere della propria arte, anche abbassandola di parecchi gradi, quando io ho fatto il mio ingresso nella vita; e di questo fatto non mi sono mai rammaricato. Avendo imparato l’inglese per leggere meglio Poe, a vent’anni mi sono recato in Inghilterra, principalmente per fuggire; ma anche per parlare questa lingua e insegnarla poi in un posticino qualsiasi, tranquillo e senza vedermi costretto ad altre attività per guadagnarmi la vita; ero sposato, e la cosa urgeva.

Oggi, a distanza di vent’anni, e non ostante la perdita di tante ore, credo, con tristezza, di aver fatto bene. A parte le prose e i versi di gioventù e gli scritti successivi, che a quei primi saggi facevano eco, pubblicati un po’ dappertutto, ogni qual volta appaiono i primi numeri d’una rivista letteraria, ho sempre sognato e tentato qualcosa di diverso, con una pazienza da alchimista, pronto e disposto a sacrificargli ogni vanità ed ogni soddisfazione, come un tempo si bruciavano i propri mobili e le travi del proprio tetto, per alimentare il forno della Grande Opera. Quale? È difficile dirlo: un libro, semplicemente; in parecchi tomi, un libro che sia un libro, architettonico e premeditato, e non una raccolta d’ispirazioni casuali, fossero anche meravigliose. Andrò più lontano ancora, dirò: «il Libro», persuaso che in ultima analisi ne esiste uno solo, inconsapevolmente tentato da chiunque abbia scritto, compresi gli stessi Geni.

Ecco, caro amico, la confessione del mio vizio messo a nudo, che io ho mille volte respinto, con lo spirito fiaccato o stanco; ma ne sono posseduto e forse vi riuscirò; non già a costruire integralmente quest’opera (per una tale impresa, bisognerebbe essere non so chi!), ma almeno a mostrare un frammento rifinito, a farne scintillare almeno in un punto la gloriosa autenticità, suggerendo il resto, l’intero, per il quale non basta una vita. Fornire, mediante le parti eseguite, la prova che questo libro esiste e che io ho conosciuto ciò che non avrò potuto portare a compimento...

In momenti di difficoltà finanziarie, o per acquistare rovinosi canotti, ho dovuto compiere certi lavori non indecorosi (Gli dèi antichi, Parole inglesi), di cui non è il caso di parlare; ma, a parte questo, le concessioni fatte tanto alle necessità quanto ai piaceri non sono state frequenti...

In fondo, considero l’epoca contemporanea come un interregno per il poeta, il quale non vi si deve affatto immischiare: essa è troppo in disuso e in effervescenza preparatoria perché il poeta possa far altro se non lavorare, avvolto di mistero, con la prospettiva di un «più tardi» o di un «mai», e di tanto in tanto mandare ai vivi il suo biglietto di visita, stanze o sonetti, per non esser lapidato da loro, se concepiscono il sospetto che egli li voglia ignorare.

La solitudine accompagna necessariamente questa specie di atteggiamento: ed eccettuato il tragitto per recarmi dalla mia abitazione (attualmente, Rue de Rome, 89) ai vari luoghi dove ho dovuto sborsare la decima dei miei minuti (i licei Condorcet, Janson de Sailly e da ultimo il Collegio Rollin), io vado poco in giro, preferendo a ogni cosa, in un appartamento difeso dalla famiglia, il restare tra alcuni mobili antichi e cari, e il foglio di carta spesso intatto. Le mie grandi amicizie sono state quelle di Villiers, di Mendès, e per dieci anni ho incontrato ogni giorno il mio caro Manet, la cui assenza, oggi, mi pare inverosimile! I vostri Poètes Maudits, caro Verlaine, e l’Arebours di Huysmans hanno interessato, nei miei «martedì», protratti per lungo tempo, i giovani poeti che ci amano (mallarmisti a parte) e che hanno creduto in qualche influsso tentato da me, laddove era questione di semplici incontri. Grazie a un estremo affinamento io mi sono trovato con dieci anni d’anticipo dalla parte dove oggi dovrebbero volgere giovani spiriti della stessa indole.

Ecco tutta la mia vita spoglia d’aneddoti, al contrario di quanto vanno da tanto tempo ripetendo i grandi giornali, dove sono sempre passato per un uomo molto strano: per quanto scruti, non ci vedo nient’altro, eccettuati le contrarietà quotidiane, le gioie, i dolori domestici. Alcune apparizioni dovunque si metta in scena un balletto o si suoni l’organo (le mie due, quasi contrastanti, passioni artistiche, il cui significato riuscirà tuttavia a palesarsi): ed è tutto. Dimenticavo le mie evasioni, non appena mi sento preso da un eccesso di stanchezza mentale, sulla riva della Senna e della foresta di Fontainebleau, in un luogo che da anni è sempre lo stesso: là mi trovo completamente diverso, innamorato della sola navigazione fluviale. Onoro il fiume che permette d’ingolfarsi nelle sue acque per intere giornate senza che si abbia l’impressione di averle perdute, né un’ombra di rimorso. Semplice promeneur in canotti di mogano, ma fanatico della vela, fierissimo della mia flottiglia.

Arrivederci, caro amico. Leggerete tutto questo, buttato giù a matita perché conservi l’aria d’una di quelle buone conversazioni tra amici, in disparte e senza alzar la voce…
 
Stéphane Mallarmé