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Per suo padre era La Principessa. Per gli zii e le zie di Boston
era soltanto Dolile Urquhart. Povera piccola.
Colin Urquhart era un po' tocco di testa. Discendeva da una vecchia
famiglia scozzese e pretendeva di essere di sangue reale. Sangue di
re scozzesi scorreva nelle sue vene! Aveva questa fissazione, dicevano
i suoi parenti americani che non potevano più soffrire di venire
eruditi intorno al genere di sangue reale che inazzurriva le di lui
vene. La faccenda era nell'insieme piuttosto ridicola, epperò
costituiva un punto doloroso. Comunque, sapevano bene che non si trattava
di uno Stuart.
Era un bell'uomo dagli occhi azzurri bene aperti che alle volte sembravano
fissare il vuoto, dai morbidi capelli neri che gli venivano giù
sulla fronte spaziosa, e dal corpo elegante. Unite a tutto questo una
bella voce di timbro piacevole, piuttosto bassa di solito e come diffidente,
ma che a tratti risuonava quasi bronzea, ed avrete la somma delle sue
attrattive. Lo si sarebbe detto un antico eroe celtico.
Sembrava fatto per indossare un kilt grigiastro e lo sporran,
e andare coi ginocchi nudi. La sua voce veniva fuori dal silenzio di
un passato ossianico.
Per il resto era uno dei tanti gentiluomini di sufficienti ma non proprio
larghi mezzi che cinquanta anni fa viaggiavano il mondo senza mèta,
senza mai arrivare in alcun luogo, senza mai far nulla, e privi di una
personalità definita, che purnondimeno la buona società
di più di un paese accoglieva con calore.
Sposò quando stava per entrare nella quarantina, e fu con una
facoltosa Miss Prescott della Nuova Inghilterra. Hannah Prescott era
rimasta, a ventidue anni, affascinata dai suoi morbidi capelli neri
non ancora brizzolati e dai suoi grandi occhi divaganti. Molte altre
donne lo erano state prima di lei. Ma Colin Urquhart, con la sua naturale
vaghezza, aveva evitato ogni relazione decisiva. Mistress Urquhart visse
per tre anni lo splendore e la nebbia della presenza di suo manto. Infine
si esaurì. Era come vivere in compagnia di un delizioso spettro.
Egli era della maggior parte delle cose completamente, fantomaticamente
immemore. Sempre incantevole, cortese e pieno di benevolenza, con quella
sua bassa voce musicale, ma assente. Se si doveva prendere una decisione,
egli non esisteva. Non aveva, come si dice da noi, "entrambi i
piedi sulla terra".
Divenne padre, con la bambina che lei gli mise al mondo sulla fine del
primo anno. Ma non per questo prese una consistenza più materiale.
La sua stessa bellezza, la sua stessa suadente voce musicale furono
spaventose per lei, trascorsi i primi mesi. La strana eco! Ecco, egli
era una eco vivente! Anche la sua carne, a toccarla, non sembrava completamente
carne di un uomo reale.
Forse perché era un po' squilibrato? Essa si diede questa spiegazione
la sera in cui nacque la bambina.
"Ah, ecco che finalmente è arrivata la mia principessa!"
egli disse con la gutturale voce celtica in cantilena, come in un canto
di gioia che si innalzasse compatto.
Era una minuscola, fragile bambina dai grandi occhi azzurri stupefatti.
La battezzarono Mary Henrietta. La madre la chiamò bambolina
mia; lui, sempre la mia principessa.
Era inutile arrabbiarsi con lui. Non faceva che aprire ancor più
i suoi occhi azzurri e assumere una silenziosa aria infantile di dignità
della quale era impossibile venire a capo. Hannah Prescott non era mai
stata molto forte. Ne aveva una gran voglia di vivere. Cosi, quando
la bambina ebbe compiuti due anni, improvvisamente se ne andò.
I Prescott ne risentirono un profondo epperò inespresso rancore
contro Colin Urquhart. Lo accusarono di egoismo. E smisero di versargli
le rendite di Hannah, un mese dopo ch'ella fu seppellita in Firenze,
non senza prima avere cercato di convincerlo a ceder loro la bambina.
Egli aveva respinto la proposta cortesemente, musicalmente, ma con decisione.
Trattava i Prescott come se non facessero parte del suo mondo, come
se per lui non fossero una realtà, ma degli occasionali fenomeni,
dei grammofoni, delle macchine parlanti cui si dovesse rispondere. E
rispondeva loro. Ma che avessero anch'essi un'esistenza reale non si
rese mai conto.
I Prescott parlarono di interdirlo, di togliergli la tutela della figlia.
Ma ne sarebbe nato uno scandalo. Si appigliarono dunque al partito più
semplice: quello di lavarsene le mani. Tuttavia scrivevano scrupolosamente
alla bambina mandandole, a Natale e nell'anniversario della morte della
madre, modesti doni in denaro.
Per la principessa i parenti di Boston non furono, durante anni e anni,
che una realtà nominale. Viveva con suo padre, e suo padre viaggiava
continuamente, benché da viaggiatore modesto, date le sue rendite
limitate. E non andavano in America mai. La bambina cambiava nurse
continuamente. In Italia ebbe una contadina, in India un'ayah,
in Germania una ragazza di campagna dai capelli gialli.
Padre e figliola erano inseparabili. Ed egli non conduceva un'esistenza
da eremita. Dovunque andasse aveva visite da fare, e inviti a colazione
o al tè, di rado a pranzo perché sempre si tirava dietro
la bambina. La piccola veniva chiamata da tutti Principessa Urquhart,
come se tale fosse il suo nome di battesimo.
Era una vivace, delicata cosina dai capelli d'oro scuro che andavano
facendosi di un tenero castano, e dai grandi occhi azzurri che sporgevano
un po', pieni di innocenza e di consapevolezza a un tempo. Aveva sempre
l'aria di un'adulta, eppure non fu mai adulta sul serio. Per quanto
saggia ed
esperta fosse, rimaneva infantile.
Era colpa di suo padre.
"La mia piccola principessa non deve badare troppo alla gente e
a quello che la gente dice e fa" le raccomandava.
"La gente non sa che cosa dice, non sa che cosa fa. Tutti ciarlano
e si feriscono a vicenda, e feriscono se stessi anche, sino a che poi
non piangono. Ma tu non te ne curare, piccola principessa, perché
quello che vedi non significa nulla. Dentro ad ognuno c'è sempre
un altro essere, una specie di demonio che non si dà pena di
nulla. Bisogna far sempre la tara a quello che si sente dire e si vede
fare. Le persone di questo mondo sono come delle cipolle con un genietto
verde nel centro che non muta mai e che non si dà nessuna pena
di quello che può accadere agli strati esterni della cipolla;
dico delle chiacchiere, e dei mariti, delle mogli, dei figli, e degli
affanni e pensieri. Spoglia la gente di tutto questo e troverai sempre
il demonio verde che è la vera personalità di ognuno,
uomo o donna che sia. Esso non si preoccupa di nulla, appartiene alla
stessa razza dei demoni e delle fate di una volta, che non si preoccupavano
mai di nulla. Ma, si capisce, ci sono dei demoni grandi e dei demoni
meschini, delle fate superiori e delle fate volgari. Fate regali non
ce ne sono più. Solo tu ci sei, fata regale, piccola principessa.
Tu sei l'ultima fata regale. Dell'antica razza regale non ci siamo che
tu e io. E quando sarò morto io, ci sarai soltanto tu. E per
questo, principessina mia, non devi mai far caso a nessuno. Tutti i
genii sono decaduti. Sono diventati volgari. Non sono più regali.
Solo tu sei regale, ricordatelo sempre. E ricordati che devi tenerlo
segreto. Se lo dici agli altri, cercheranno di ucciderti, perché
non ti potranno perdonare di essere una principessa. È il nostro
grande segreto, cara. Io sono un principe, e tu una principessa, e di
antico, antico sangue. Teniamo il nostro segreto per noi. Devi trattare
la gente con molta cortesia perché noblesse oblige. Ma
non devi dimenticarti mai che sei l'ultima delle principesse, e che
tutti gli altri ti sono inferiori, che non sono nobili come te, ma volgari.
Trattali con cortesia, con dolcezza, ma tieni a mente che tu sei la
principessa ed essi dei plebei. Guardati dal pensarli come tuoi pari,
perché non lo sono. Vedrai sempre che manca loro il tratto regale
che hai tu sola..."
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