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Era un uomo sulla cinquantina, con il viso scavato e rugoso, un
contadino che Tomàs aveva operato tempo addietro. Da allora,
ogni anno lo mandavano in cura a quelle terme. Invitò Tomàs
e Tereza a prendere un bicchiere di vino. Poiché la legge vietava
ai cani l'ingresso nei locali pubblici, Tereza portò Karenm alla
macchina mentre i due uomini si sedevano al caffè. Quando fece
ritorno, il contadino stava dicendo: "Da noi si sta tranquilli.
Due anni fa mi hanno addirittura eletto presidente della cooperativa".
"Complimenti! " disse Tomàs.
"Lei lo sa com'è la campagna. La gente da lì scappa
Quelli in alto sono ben contenti che ci sia chi ha voglia di restare.
A noi non ci possono cacciare dal lavoro". "Sarebbe il posto
ideale per noi" disse Tereza.
"Lei ci si annoierebbe, cara signora. Non c'è niente da
fare, lì. Proprio niente".
Tereza guardava il viso segnato del contadino. Lo trovava simpatico.
Erano secoli che non provava simpatia per qualcuno! Davanti agli occhi
le apparve un'immagine di vita campestre: un villaggio con il campanile
della chiesa, campi, boschi, una lepre che saltella in un solco, un
guardaboschi con il cappello verde. Non aveva mai vissuto in campagna.
Quell'immagine se l'era fatta per sentito dire. O da qualche libro.
Oppure le era stata impressa nel subcosciente da qualche lontano antenato.
Eppure, quell'immagine era dentro di lei, chiara e parlante come la
foto di una bisnonna nell'album di famiglia o come una vecchia incisione.
"Le da ancora dei disturbi?" chiese Tomàs.
Il contadino indicò la zona dietro al collo dove il cranio si
unisce alla colonna vertebrale. "Ogni tanto mi fa male qui".
Senza alzarsi dalla sedia, Tomàs tastò il punto e fece
ancora qualche domanda al suo vecchio paziente. Poi disse: "Io
non ho più il diritto di prescrivere medicine. Ma lei dica al
suo medico al paese che ha parlato con me e che io le consiglio di prendere
questo". Estrasse un blocchetto dalla tasca interna della giacca,
ne strappò un foglio e vi scrisse in stampatello il nome della
medicina.
Ripartirono per Praga.
Tereza pensava alla foto con il suo corpo nudo tra le braccia dell'ingegnere.
Cercava di rassicurarsi: anche se quella foto esiste, Tomàs non
la vedrà mai. A quelli là la foto serve solo per poter
ricattare Tereza. Nell'istante in cui fosse spedita a Tomàs,
perderebbe di colpo ogni valore.
Ma se a un certo punto la polizia decidesse che Tereza a loro non serve?
In quel caso, la foto diventerebbe ai loro occhi un semplice oggetto
di divertimento, nessuno potrebbe impedire a chi ne avesse voglia di
infilarla in una busta e spedirla a Tomàs, tanto per farsi due
risate.
Cosa succederebbe se Tomàs ricevesse una foto simile? La scaccerebbe?
Forse no. Quasi certamente no. Ma il fragile edificio del loro amore
crollerebbe sicuramente. Perché quell'edificio poggia sull'unico
pilastro della sua fedeltà e gli amori sono come gli imperi:
quando scompare l'idea su cui sono fondati, periscono
anch'essi.
Aveva davanti agli occhi un'immagine: una lepre che saltella in un solco,
un guardaboschi con il cappello verde e il campanile della chiesa in
alto sul bosco.
Voleva dire a Tomàs che dovevano andar via da Praga. Andar via
dai bambini che seppelliscono vive le cornacchie, via dalle spie della
polizia, via dalle ragazze armate di ombrelli. Voleva dirgli che dovevano
andare in campagna. Che quella era l'unica via di salvezza.
Si girò verso di lui. Ma Tomàs taceva, gli occhi fissi
sulla strada davanti a sé. Lei era incapace di superare la barriera
di silenzio che si ergeva tra loro. Perse il coraggio di parlare. Si
sentiva come quella volta che stava scendendo dalla collina di Petfin.
Aveva i crampi allo stomaco e voglia di vomitare. Tomàs le faceva
paura. Era troppo forte per lei e lei era troppo debole. Le dava ordini
che lei non capiva. Lei cercava di eseguirli, ma non ne era capace.
Voleva ritornare sulla collina di Petrìn e chiedere all'uomo
del fucile di permetterle di bendarsi gli occhi e di appoggiarsi al
tronco del castagno. Aveva voglia di morire.
Si svegliò e si accorse di essere sola in casa.
Usci in strada e si incamminò verso il lungofiume. Voleva vedere
la Vitava. Voleva fermarsi sulla riva e guardare a lungo l'acqua, perché
la vista dell'acqua che scorre placa e guarisce. Il fiume scorre da
sempre e le vicende degli uomini si svolgono sulla riva. Si svolgono
per essere dimenticate il giorno dopo e perché il fiume scorra
oltre.
Si appoggiò alla ringhiera e guardò giù. Era la
periferia di Praga, la Vitava aveva già attraversato la città,
lasciandosi alle spalle lo splendore di Hradcany e delle chiese, era
come un'attrice dopo lo spettacolo, stanca e pensosa. Scorreva tra rive
sporche fiancheggiate da steccati e muri oltre i quali c'erano fabbriche
e campi da gioco abbandonati.
Guardò a lungo l'acqua, che qui sembrava ancora più triste
e più scura, e all'improvviso in mezzo al fiume vide uno strano
oggetto, qualcosa di rosso, sì, una panchina. Una panchina di
legno con le gambe di ferro, come ce ne sono a centinaia nei parchi
di Praga. Scivolava lentamente al centro della Vitava. E, dietro, un'altra
panchina. E un'altra, e un'altra ancora, e soltanto ora Tereza capisce
che le panchine dei parchi di Praga si allontanano dalla città
sul filo della corrente, sono. tante, aumentano sempre di più,
scivolano a fior d'acqua come in autunno le foglie che l'acqua porta
lontano dai boschi, sono rosse, sono gialle, sono azzurre.
Si girò come per chiedere alla gente che cosa volesse dire quello
spettacolo. Perché le panchine dei parchi di Praga si allontanavano
sull'acqua? Ma la gente le passava accanto con indifferenza, a loro
non importava affatto che un fiume scorresse da sempre in mezzo alla
loro effimera città.
Fissò nuovamente il fiume. Provava una tristezza infinita. Capiva
che ciò che vedeva era un addio.
Le panchine erano ormai quasi tutte scomparse, ne vide ancora tre o
quattro, le ultime ritardatarie, poi una panchina gialla e poi ancora
una, azzurra, l'ultima.
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