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Lucie (Da: "Lo scherzo") |
| Alla fine delle esercitazioni ci fu l'ora di educazione politica
e, verso le sei e mezza (già era buio). Lucie stava accanto al
recinto; mi avvicinai, lei annuì soltanto, per farmi capire che
tutto era in ordine, e andò via. Poi ci fu la cena, la passeggiata
serale, il silenzio, e andammo a dormire; aspettai un po' nel mio letto
che il caporale che comandava la nostra camerata si fosse addormentato.
Poi mi infilai gli scarponi e così com'ero, coi lunghi mutandoni
bianchi e la camicia da notte, uscii dallo stanzone. Attraversai il corridoio
e mi ritrovai in cortile; col mio abbigliamento notturno avevo abbastanza
freddo. Il punto dove volevo attraversare il recinto era in fondo, dietro
l'infermeria, cosa ottima perché se mi avesse incontrato qualcuno,
avrei potuto dire che mi sentivo male e stavo andando a svegliare il dottore.
Ma non mi incontrò nessuno; feci il giro dell'infermeria e mi rannicchiai
nell'ombra del suo muro; il riflettore lanciava pigramente la luce su
un solo punto (evidentemente il guardiano sulla torre aveva smesso di
prendere il suo compito troppo sul serio) e lo spazio di cortile che dovevo
attraversare era al buio; avevo raggiunto felicemente l'infermeria e mi
ero addossato al muro; ora non rimaneva più che evitare il guardiano
che girava tutta la notte col suo cane lupo lungo il recinto; c'era silenzio
(un silenzio pericoloso che mi impediva di orientarmi); ero lì
da quasi dieci minuti quando sentii un cane abbaiare; era lontano, dall'altra
parte della caserma. Scattai via dal muro e corsi (non erano più
di cinque metri) verso la rete di recinzione che, dopo l'intervento di
Honza, era rimasta un po' sollevata da terra. Mi infilai sotto e cominciai
a strisciare; adesso non potevo più esitare; feci i restanti cinque
passi che mi separavano dallo steccato di legno della casa del minatore;
tutto era in ordine: la porticina era aperta e io mi trovai nel cortiletto
di una casa a un piano la cui finestra (con la tapparella abbassata) era
illuminata. Bussai al vetro e dopo pochi secondi sulla porta apparve un
uomo corpulento che con voce sonora mi invitò a entrare. (Quasi
mi spaventai di tutto quel rumore, non potevo dimenticare di essere a
non più di cinque metri dalla caserma). Dalla porta si entrava direttamente in una stanza: mi bloccai sulla soglia alquanto sorpreso: all'interno, intorno a un tavolo (sopra c'era una bottiglia aperta), erano seduti altri cinque o sei uomini coi bicchieri in mano; quando mi videro scoppiarono a ridere per il mio abbigliamento; dichiararono che con quella camicia da notte dovevo aver freddo e mi versarono un bicchierino; lo assaggiai: era alcol appena appena diluito; mi incitarono a bere e io buttai giù il bicchierino tutto d'un fiato; tossii; questo li fece di nuovo scoppiare in una risata fraterna e mi offrirono una sedia: mi chiesero com'era andato il "passaggio della frontiera ", e guardarono di nuovo il mio ridicolo abbigliamento, ridendo e chiamandomi " mutandoni in fuga ". Erano minatori, per la maggior parte tra i trenta e i quarant'anni, e probabilmente si riunivano lì abbastanza spesso; bevevano ma non erano ubriachi; dopo l'iniziale sorpresa (nella quale c'era anche un pizzico di spavento), ora la loro presenza spensierata mi toglieva ogni angoscia. Mi feci versare un altro bicchierino di quella bevanda insolitamente forte e dall'odore intenso. Il padrone di casa nel frattempo era andato nella stanza accanto ritornandone con un vestito scuro. " Ti andrà bene? " chiese. Mi resi conto che il minatore era almeno dieci centimetri più alto di me e grosso in proporzione, ma dissi : " Mi deve andar bene ". Infilai i pantaloni sui mutandoni, ma non andavano: per non farli cadere dovevo tenerli alla vita con la mano. " Nessuno di voi ha una cintura? " chiese il mio donatore. Nessuno aveva una cintura. " Almeno una corda " dissi. Fu trovata la corda e col suo aiuto i pantaloni in qualche modo restarono su. Mi infilai poi la giacca e gli uomini decisero che sembravo (non so bene perché) Charlie Chaplin, che mi mancavano soltanto la bombetta e il bastone. Per farli divertire unii i talloni divaricando le punte. Gli scuri pantaloni si afflosciavano sul collo massiccio degli scarponi; agli uomini piacque molto e dichiararono che quel giorno non ci sarebbe stata donna che non avrebbe fatto per me tutto quello che volevo. Mi versarono un terzo bicchierino di alcol e mi accompagnarono fuori. L'uomo mi assicurò che potevo picchiare alla finestra a qualunque ora della notte per cambiarmi nuovamente d'abito. Uscii nella strada di periferia buia e male illuminata. Impiegai almeno dieci minuti per fare un largo giro intorno alla rete di recinzione e raggiungere la strada dove mi aspettava Lucie. Per arrivarci dovetti passare davanti al portone illuminato della nostra caserma; sentii addosso un po' di paura che però si rivelò del tutto superflua: il travestimento borghese mi proteggeva alla perfezione, e quando il soldato di guardia al portone mi vide, non mi riconobbe, sicché arrivai senza danni alla casa convenuta. Aprii il portoncino (era illuminato da un lampione solitario) e proseguii a memoria (non ero mai stato in quella casa e conoscevo ogni cosa solo dalla descrizione fattami dal minatore): scala a sinistra, primo piano, prima porta di fronte ai gradini. Bussai. Si sentì la chiave nella serratura e Lucie mi aprì. La abbracciai (era arrivata verso le sei, quando il proprietario dell'appartamento era andato al turno di notte, e da allora era stata lì ad aspettarmi); mi chiese se avevo bevuto; risposi di sì e le raccontai come avevo fatto ad arrivare. Disse che per tutto il tempo aveva tremato al pensiero che mi sarebbe potuto succedere qualcosa. (In quell'istante mi accorsi che tremava davvero). Le raccontai quanto immensamente l'avevo desiderata; e intanto la tenevo fra le braccia e la sentivo tremare sempre più. " Cos'hai? " le chiesi. "Niente" rispose. "Perché tremi?". "Avevo paura per te " disse liberandosi dolcemente dal mio abbraccio. Mi guardai attorno. Era una stanzetta arredata con lo stretto indispensabile : un tavolo, una sedia, un letto (fatto, con la biancheria un po' sporca); sopra il letto era appesa un'immagine sacra; sulla parete di fronte c'era un armadio basso con su dei barattoli di frutta sciroppata (l'unica cosa un po' più familiare in quella stanza) e sopra il tutto pendeva dal soffitto una lampadina accesa, solitaria, senza paralume, che colpiva spiacevolmente gli occhi e illuminava brutalmente la mia figura, della cui triste ridicolaggine mi resi conto con dolore in quel momento: una giacca enorme, i pantaloni tenuti su con lo spago, il collo nero degli scarponi che sbucava in tondo, il tutto sormontato dal mio cranio rasato di fresco che, alla luce della lampadina, doveva brillare come una pallida luna. " Mio Dio, Lucie, perdona questo mio aspetto " dissi, spiegandole nuovamente la necessità del mio travestimento. Lucie mi assicurò che non aveva alcuna importanza, ma io (trascinato dalla spontaneità dell'alcol) dichiarai che non sarei mai potuto stare davanti a lei così conciato e mi strappai velocemente di dosso la giacca e i pantaloni; purtroppo sotto la giacca c'erano la camicia da notte e i terribili mutandoni militari, per cui la tenuta risultava di gran lunga più comica di quella che poco prima la celava. Andai all'interruttore e spensi la luce, ma nessun buio venne a liberarmi, perché dalla finestra entrava nella stanza la luce del lampione. La vergogna del ridicolo era maggiore della vergogna della nudità, sicché velocemente mi strappai di dosso la camicia e le mutande e rimasi nudo di fronte a Lucie. La abbracciai. (La sentivo di nuovo tremare). Le dissi di svestirsi, di togliersi tutto quello che ci separava. Le carezzavo tutto il corpo con le mani, ripetendo continuamente la mia richiesta, ma Lucie mi disse di aspettare un po', che non poteva, che così, subito, non poteva, che non poteva così in fretta. La presi per mano e ci sedemmo sul letto. Misi la testa sul suo grembo e rimasi così per un po'; e ad un tratto mi resi conto di quanto fosse totalmente fuori luogo la mia nudità (leggermente illuminata dalla luce sporca del lampione sulla strada); mi venne in mente che ogni cosa era riuscita tutta al contrario di come l'avevo sognata: invece della ragazza nuda che si occupava di un uomo vestito, c'era un uomo nudo disteso in grembo a una donna vestita; mi sembrava di essere Cristo nudo deposto dalla croce tra le braccia di Maria addolorata, e allo stesso tempo mi spaventai subito di quell'idea, perché non ero andato lì per trovare consolazione e compassione, ma per qualcosa di totalmente diverso - e ripresi a insistere con Lucie, a baciarla (sul viso e sui vestiti) cercando di slacciarle i bottoni senza farmi accorgere. Ma non ottenni nulla; Lucie si divincolò di nuovo, avevo completamente perso lo slancio originario, l'impazienza fiduciosa, all'improvviso avevo esaurito tutte le parole e le carezze. Rimasi disteso sul letto, nudo, allungato, immobile, e Lucie, seduta, si chinava su di me e mi accarezzava il viso con le sue mani ruvide. E a poco a poco ripresero a destarsi in me il risentimento e la rabbia: ricordavo mentalmente a Lucie tutti i rischi ai quali mi ero esposto per incontrarmi con lei quel giorno; le ricordavo (mentalmente) le innumerevoli punizioni che la spedizione di quel giorno mi sarebbe potuta costare. Ma si trattava soltanto di rimproveri superficiali (anche per questo li stavo confessando, seppure in silenzio, a Lucie). L'origine vera della rabbia era molto più profonda (mi sarei vergognato di confessarla): pensavo alla mia miseria, alla triste miseria della mia giovinezza fallita, alla miseria delle infinite settimane senza appagamento, all'umiliante eternità del desiderio inappagato; mi tornava in mente il vano assedio di Markéta, la volgarità della biondina sulla mietitrice e, di nuovo, il vano assedio di Lucie. E avevo voglia di lamentare ad alta voce il mio tormento: perché in ogni cosa devo essere adulto, come adulto giudicato, espulso, definito trockista, come adulto mandato in miniera, e perché invece in amore non posso essere adulto e devo ingoiare tutta la vergogna dell'immaturità? Odiavo Lucie, la odiavo ancor di più perché sapevo che mi voleva bene, perché la sua resistenza era, per questo, ancor più assurda, ancor più incomprensibile e più inutile, e mi faceva impazzire. E così, dopo mezz'ora di ostinato silenzio, tentai un nuovo assalto. Mi rovesciai su di lei; usando tutta la mia forza, riuscii ad alzarle la gonna, a strapparle il reggiseno, ad arrivare con una mano al suo seno nudo, ma Lucie si difendeva con sempre maggiore tenacia e (dominata da una forza altrettanto cieca della mia) alla fine riuscì a liberarsi, saltò giù dal letto e si fermò con le spalle all'armadio. " Perché ti difendi? " le urlai. Non riusciva a rispendermi, disse qualcosa, che non dovevo arrabbiarmi, che dovevo perdonarla, ma nulla che spiegasse alcunché, nulla di comprensibile. " Perché ti difendi? Non sai torse quanto ti voglio bene? Sei pazza! " le urlai. " Allora cacciami via! " disse, sempre addossata all'armadio. " Ti caccerò via, certo che ti caccerò via, perché tu non mi vuoi bene, perché ti prendi gioco di me! ". Le urlai che le davo un ultimatum, o sarebbe stata mia o non l'avrei voluta vedere mai più. Mi avvicinai nuovamente a lei e l'abbracciai. Questa volta non si oppose ma rimase tra le mie braccia come una creatura paralizzata. " Cosa credi che sia la tua verginità, per chi la vuoi conservare? ". Stava zitta. " Perché stai zitta? ". " Tu non mi vuoi bene " disse. " Io non ti voglio bene? ". " Non mi vuoi bene. Io pensavo che tu mi volessi bene... ". Scoppiò a piangere. Mi inginocchiai davanti a lei; le baciavo le gambe, la supplicavo. Ma lei piangeva, e ripeteva che non le volevo bene. D'un tratto fui preso da una rabbia incontrollata. Mi sembrava che una forza soprannaturale mi sbarrasse la strada strappandomi ogni volta di mano ciò per cui volevo vivere, ciò che desideravo, ciò che mi apparteneva, mi sembrava che fosse quella stessa forza che mi aveva preso il partito, i compagni e l'università; che mi prendeva sempre tutto, e sempre senza nessuna ragione, senza un motivo. Capivo che quella forza soprannaturale sorgeva contro di me in Lucie e odiavo Lucie, divenuta strumento di quella forza sovrumana; la colpii in viso - perché mi sembrava che quella non fosse Lucie ma una qualche forza nemica; urlavo che l'odiavo, che non volevo più vederla, che non volevo mai più vederla, non volevo mai più vederla in vita mia. Le cacciai in mano il suo soprabito marrone (l'aveva posato su una sedia) e le urlai di andar via. Lei si infilò il soprabito e uscì. E io mi gettai sul letto col vuoto nell'anima e volevo richiamarla indietro perché avevo sentito la sua mancanza già nell'istante in cui l'avevo cacciata via, perché sapevo che era mille volte meglio avere Lucie vestita e ribelle che essere senza Lucie; perché essere senza Lucie significava essere nella solitudine assoluta. Tutto questo lo sapevo, eppure non la chiamai per farla tornare. Rimasi a lungo disteso sul letto, nudo, nella camera in prestito, perché mi era impensabile poter incontrare della gente in quelle condizioni di spirito, potermi presentare nella casetta accanto alla caserma, poter scherzare coi minatori e rispondere alle loro domande allegramente sfacciate. Alla fine (era già notte fonda) riuscii a vestirmi e ad andar via. Il lampione continuava a far luce di fronte alla casa che stavo lasciando. Feci il giro della caserma, bussai alla finestra della casetta (la luce era già spenta), aspettai circa tre minuti, poi mi tolsi il vestito in presenza del minatore che sbadigliava, risposi qualcosa di vago alla sua domanda sulla riuscita della mia impresa e mi diressi (di nuovo in camicia da notte e mutandoni) verso la caserma. Ero disperato e non mi importava di nulla. Non facevo alcuna attenzione a dove si trovasse il guardiano col cane, non mi importava dove fosse puntato il riflettore. Attraversai la rete e mi diressi tranquillamente verso la mia baracca. Ero arrivato proprio vicino al muro dell'infermeria quando sentii: "Altolà! ". Mi fermai. Fui illuminato da una torcia. Sentivo il ringhiare del cane. " Che sta facendo qui? ". " Sto vomitando, compagno caporalmaggiore " risposi appoggiandomi con una mano al muro. " Be', continui, continui! " rispose il caporalmaggiore e proseguì la sua ronda col cane. |
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Milan Kundera
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