Immacolata

(Da: "La lentezza")

 

È la prima volta che si spoglia davanti a lui con una così totale mancanza di pudore, con una così ostentata indifferenza. Spogliarsi in questo modo significa: la tua presenza qui, davanti a me, non ha nessuna, ma proprio nessuna importanza; la tua presenza è come quella di un cane o di un topo. Il tuo sguardo non metterà in moto neanche la più piccola particella del mio corpo. Potrei fare qualsiasi cosa davanti a te, anche gli atti più sconvenienti, potrei vomitare davanti a te, lavarmi le orecchie o il sesso, masturbarmi, pisciare. Tu sei un non-occhio, un non-orecchio, una non-faccia. La mia superba indifferenza è un mantello che mi consente di muovermi davanti a te con assoluta libertà e con assoluta impudicizia.
L'operatore vede il corpo dell'amante trasformarsi completamente sotto i suoi occhi: quel corpo che finora si dava a lui con semplicità e prontezza, gli si erge davanti come una statua greca su un piedistallo alto cento metri. La desidera pazzamente ed è uno strano desiderio il suo, un desiderio che non è sensuale, ma lo prende alla testa e soltanto alla testa, un desiderio che è fascinazione cerebrale, idea fissa, follia mistica, la certezza che questo corpo, questo e nessun altro, è destinato a riempirgli la vita, tutta la vita.
Lei sente questa fascinazione, questa devozione che le si attacca addosso, e una vampata di freddezza le sale alla testa. Ne è sorpresa lei stessa, poiché non ha mai avvertito una vampata simile. È una vampata di freddezza così come ci sono vampate di passione, di calore o di collera. Perché questa freddezza è una vera e propria passione; come se la devozione assoluta dell'operatore e il rifiuto assoluto di Berck fossero le due facce di una maledizione alla quale lei si ribella; come se il rifiuto di Berck volesse ributtarla fra le braccia del suo solito amante e non ci fosse altro modo di difendersi da quel rifiuto che provare per quell'amante un odio assoluto. Per questo lo respinge con tanta rabbia e desidera trasformarlo in topo, e questo topo in ragno, e questo ragno in una mosca divorata da un altro ragno.
Ecco: si è messa un abito bianco, è decisa a scendere e a mostrarsi a Berck e a tutti gli altri. È felice di essersi portata un abito bianco, il colore nuziale, perché ha l'impressione che quello sia un giorno di nozze, nozze alla rovescia, nozze tragiche in cui manca lo sposo. Sotto il suo abito bianco porta la ferita di un'ingiustizia, e quell'ingiustizia la rende più alta, più bella, come la sventura rende belli i personaggi delle tragedie. Si avvia verso la porta, ben sapendo che l'altro, in pigiama, le verrà dietro come un cane adorante, e proprio così vuole che attraversino il castello: coppia tragigrottesca, una regina seguita da un cane bastardo.
Ma colui che lei ha relegato allo stato canino la sorprende. È in piedi davanti alla porta e ha un'espressione furibonda. La sua volontà di sottomissione si è improvvisamente esaurita, e lo anima ora il disperato desiderio di opporsi a quella beltà che lo umilia ingiustamente. Non ha il coraggio di darle uno schiaffo, di picchiarla, di gettarla sul letto e violentarla, ma proprio per questo avverte con più forza il bisogno di fare qualcosa di irreparabile, di infinitamente volgare e aggressivo.
Lei è costretta a fermarsi sulla soglia.
"Lasciami passare".
"No, non ti lascio passare".
"Tu per me non esisti più".
"Come sarebbe a dire, non esisto più?".
"Io non ti conosco".
Lui ha una risatina nervosa: "Non mi conosci?". Alza la voce: "Ma se ancora stamattina abbiamo scopato!".
"Ti proibisco di parlarmi così! Di usare queste parole!".
"Sono quelle che mi hai detto stamattina, mi hai detto scopami, scopami, scopami!".
"Era quando ti amavo ancora," dice lei lievemente imbarazzata "ma adesso queste parole sono soltanto volgari".
Lui grida: "Eppure abbiamo scopato!".
"Ti proibisco!".
"Anche stanotte abbiamo scopato, scopato, scopato!".
"Smettila!".
"Perché puoi sopportare il mio corpo la mattina e la sera cambi idea?".
"Lo sai che detesto la volgarità!".
"Me ne fotto di quello che detesti! Sei una mignotta!".
Ah, non avrebbe dovuto pronunciare quella parola, la stessa che Berck le ha gettato in faccia. Lei grida: "La volgarità mi ripugna e tu mi ripugni!".
E anche lui grida: "Allora hai scopato con uno che ti ripugna! Ma la donna che scopa con uno che le ripugna è proprio questo: una mignotta, una mignotta, una mignotta!".
Le parole dell'operatore sono sempre più volgari e sul viso di Immacolata appare un'espressione di paura.
Di paura? Ma ha dawero paura di lui? Non credo: in fondo, sa bene che non bisogna dare eccessiva importanza a quella alzata di testa; e continua a non aver dubbi sulla sottomissione dell'operatore. Sa che se la insulta è perché vuole essere ascoltato, guardato, preso in considerazione. La insulta perché è un debole e la sua unica forza sono la volgarità e le parole aggressive. Se lo amasse, anche soltanto un poco, proverebbe tenerezza di fronte a quella esplosione di disperata impotenza. Ma, anziché tenerezza, prova una voglia sfrenata di farlo soffrire. E proprio per questo decide di prendere le sue parole alla lettera, di credere ai suoi insulti, di averne paura. E per questo fissa su di lui uno sguardo che vuoi sembrare spaventato.
Lui vede la paura sul viso di Immacolata e si sente incoraggiato: di solito è sempre lui quello che ha paura, che cede, che chiede scusa, e adesso, siccome le ha mostrato la sua forza, la sua rabbia, è lei a spaventarsi. Certo ormai che sia sul punto di confessare la sua debolezza, di capitolare davanti a lui, alza la voce e continua a sciorinare le sue idiozie aggressive e impotenti. Poveraccio, non sa che sta facendo ancora e sempre il gioco di lei, non sa che lei continua a manovrarlo come un oggetto anche nel momento in cui pensa di aver trovato nella propria collera forza e libertà.
Lei gli dice: "Mi fai paura. Sei odioso, sei violento", e l'altro non sa, poveraccio, che quell'accusa non verrà mai più revocata e che lui, autentico zerbino di bontà e di sottomissione, diventerà così, una volta per tutte, un violento e un aggressore.
"Mi fai paura" dice lei ancora una volta, e lo spinge da parte per poter uscire.
Lui la lascia passare e la segue come un cane bastardo segue una regina.

 
Milan Kundera