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10 settembre 1920

(Lettera scritta da Gibran a Mary Haskell)

 

Per vivere bisogna avere coraggio. Sia il seme intatto sia quello che sta incrinando il guscio hanno le stesse proprietà. Eppure, solo quello che sta spaccando l'involucro è in grado di lanciarsi nella avventura della vita.

Un'avventura che richiede un'unica audacia: scoprire che non si può vivere attraverso l'esperienza degli altri, e che bisogna essere disposti ad abbandonarsi. Non si possono prendere gli occhi di uno, le orecchie di un altro, per scoprire in anticipo che cosa accadrà: ogni esistenza è diversa dall'altra.

Qualsiasi cosa mi aspetti, desidero che il mio cuore sia pronto a riceverla. Che io non abbia paura di posare il braccio sulla spalla di qualcuno, anche se dovesse essermi tagliato. Che io non tema di fare qualcosa che nessuno ha mai fatto prima, anche se dovessi essere ferito. Lasciami essere stupido oggi, perché la stupidità è tutto ciò che possiedo da donare stamane; posso essere rimproverato per questo, ma non ha importanza. Domani, chissà, forse sarò meno stupido.

Quando due persone si incontrano, devono essere come due gigli acquatici che si schiudono l'uno accanto all'altro, mostrando ciascuno il proprio cuore dorato e riflettendo il lago, le nuvole e i cieli. Non riesco a capire perché un incontro generi sempre l'opposto di tutto ciò: cuori chiusi e paura di soffrire.

Ogni volta che sto con te, conversiamo per quattro, sei ore di seguito. Se intendiamo trascorrere insieme tutto questo tempo è importante non tentare di nascondere niente, e mantenere i petali bene aperti.

 

 

 

 

 

3 gennaio 1921

(Lettera scritta da Gibran a Mary Haskell)

 

Mary, voglio sapere se hai una vaga idea di come
tu sia riuscita ad ampliare la mia comprensione
del mondo. Tu mi provochi continuamente, e mi
costringi a scoprire cose nuove.

L'amore, come un corso d'acqua, deve essere in
continuo movimento, ed è proprio quello che tu
fai con me. Ma che cosa accade alla maggioranza
delle coppie? Credono che le acque del fiume
scorrano per sempre, e non se ne preoccupano più.
Poi arriva l'inverno, e le acque gelano. Solo allora
comprendono che niente, in questa vita, è assolutamente
garantito.

 

 

 

 

28 luglio 1917

(Lettera scritta da Gibran a Mary Haskell)

 

Mi siedo accanto ad una persona durante
una cena: su tutto il tavolo regna una
profonda solitudine, e ognuno vorrebbe
poter parlare di se stesso. Allora comincio
a conversare con una signora, e la lascio
parlare. Dopo qualche tempo, lei dice:
"Finalmente ho trovato qualcuno che mi
capisce!".

A quel punto mi prega di tornare alla cena
successiva. Io, di solito, rifiuto una prima
ed una seconda volta; alla terza, generalmente
vado, perché non voglio mostrarmi scortese.
Poi noto che la donna vorrebbe che entrassi
nella sua vita: desidera vedermi più spesso,
parlarmi di più di se stessa, dei suoi giorni
tutti uguali, dei suoi problemi. Se è sposata,
dice sempre: "Mio marito è una brava persona,
ma non mi ascolta. E' come vivere con un
estraneo, dopo tanti anni…".
E continua a parlare.

Io non voglio che queste cose continuino a
ripetersi sempre nella mia vita! Basta con il tentare
di capire la gente! A me interessano le persone,
ma in un senso più ampio, come parte dell'universo.
E' importante che io piaccia loro, ma non posso
permettere che questo tipo di affetto dia agli altri
il diritto di possedermi.

Con te le cose sono diverse, perché sono belle e
intense, e io provo il desiderio di abbandonarmi.
Spesso, durante le nostre conversazioni, io capisco
subito quello che vuoi comunicarmi, prima ancora
che tu finisca la frase.

Non credo che dipenda dal tempo che trascorriamo
insieme, ma piuttosto dalla nostra capacità di crescere durante quel tempo.