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Non era dunque del figlio, che Isabella aveva bisogno, ma del duca
di Borgogna, e sembrava che entrambi, almeno in quel momento, avessero
molti più motivi per impadronirsi di Carlo che per tenere Giovanni.
Questa particolare situazione fu ciò che perdette Giovanni: infatti,
poiché non si potevano lasciar sopravvivere insieme due Delfini
di opinioni così diverse, e reclamati entrambi dai capi dei loro
partiti, Giovanni doveva morire, e morì. Quel crudele compito
fu l'opera di una madre barbara, che sacrificava alla sua ambizione
i più dolci sentimenti della vita. La natura può dunque
produrre simili mostri, e la loro perniciosa esistenza non è
forse una pubblica calamità?...
Lo scontento suscitato da questo principe decise della sua sorte: Giovanni
ebbe in dono dalla madre, dicono gli storici, una catena d'oro che gli
fece cadere la pelle delle mani non appena la toccò, e gli procurò
la morte non appena se la mise al collo. Si attribuì la causa
di questa disgrazia a un ascesso nella gola, ma, comunque siano andate
le cose, il Delfino morì, e il cielo lasciò in vita Isabella.
Non la si sospettò neppure di questo delitto, generalmente attribuito
al duca d'Angiò, suocero del Delfino Carlo, che aveva tutto l'interesse
a sacrificare il rivale di suo genero, ovviamente escluso dal trono
per la presenza di Giovanni.
Ma in tal caso, si potrà obbiettare agli storici, perché
accusare di questo gesto orribile la memoria di Isabella? Perché
riteniamo di poterlo sostenere senza timore; infatti, quando di un delitto
le due persone che potevano aver avuto interesse a commetterlo sono
sospettate, entrambi, il dovere della giustizia che emette il verdetto,
nonché del pubblico che giudica, è di esaminare imparzialmente
quale dei due indiziati aveva più interesse a commettere il delitto.
Ora in quel caso è chiaro che l'interesse del duca d'Angiò,
il quale voleva soltanto assicurare il trono al genero, era ben inferiore
a quello di Isabella, che avrebbe perduto il suo se non avesse immediatamente
immolato colui che ne minava le fondamenta.
È doloroso, senza dubbio, sospettare una madre di un misfatto
così mostruoso; ma Isabella non aveva già commesso lo
stesso delitto nella persona di un altro dei suoi figli? Quella donna
terribile esitava forse a commettere i più gravi misfatti, tutte
le volte che la passione glieli imponeva?
Oltre tutto, noi avvaloriamo quest'ultimo episodio solo sulla base delle
prove fornite dagli storici, e che abbiamo già citate. Negli
atti del processo di Bois-Bourdon non si trova nulla a questo proposito:
e verosimile che Isabella non avesse confidato niente al suo favorito;
il lettore illuminato tragga le sue conclusioni, e il suo parere prevarrà.
In questo periodo Enrico V, forte del trattato concluso col duca di
Borgogna, e più ancora dell'appoggio dei principi di Germania,
d'Italia, e soprattutto dell'imperatore Sigismondo, parve seriamente
intenzionato a realizzare i suoi progetti in Francia, sulla cui corona
continuava a pensare di avere dei diritti. Aspettando lo sviluppo della
situazione, Isabella nascose la sua ambizione e la sua perfidia sotto
le apparenze di una vita molle e voluttuosa, alla quale, con un marito
come il suo, pensava di potersi abbandonare, sia per scelta politica
che per piacere personale.
La regina teneva la sua corte amorosa a Vincennes, e niente,
dicono, i contemporanei, ne uguagliava la magnificenza: ogni giorno
era consacrato a una nuova festa. Le acconciature delle dame della corte,
dice Juvenal des Ursins, erano di un genere veramente singolare: portavano
ai due lati della testa dei rigonfiamenti talmente enormi, che erano
costrette a passare per le porte sempre di fianco.
Spesso, quelle sontuose acconciature venivano abbandonate, e, con l'osceno
abbigliamento delle prostitute, Isabella si abbandonava, insieme alle
dame del seguito, ai turpi desideri di tutto ciò che Parigi celava
di vergognoso. Le ricompense, proporzionate alla quantità e alla
qualità delle offerte, divenivano motivi d'incoraggiamento a
nuove turpitudini; in tal modo quella donna perversa abbrutiva uno ad-uno
i sudditi che poi avrebbe sgozzato tutti insieme.
Il connestabile, uno degli uomini con maggior fiuto politico del suo
secolo, smascherò ben presto quella donna menzognera. Appena
si rese conto della sua vera natura, cominciò a temerla: di là
alla necessità di perderla il passo fu breve per un uomo del
suo carattere.
Essendo segretamente riuscito a far luce sui misfatti di Isabella, scoprì
che l'uomo che le era più caro, lo strumento e l'agente di tutti
i suoi piaceri, l'uomo insomma che disonorava allo stesso tempo il re
e la sua indegna sposa, era quel Bois-Bourdon, ai cui interrogatori
abbiamo spesso rimandato i nostri lettori.
"Sire", disse il connestabile a Carlo, "voi siete volgarmente
ingannato; venite a convincervene con i vostri occhi: vedrete fino a
che punto si abusa della vostra fiducia."
Il re, molto sorpreso, forse anche irritato per la perdita delle illusioni,
si decide a seguire d'Armagnac. Tutti e due si precipitano a Vincennes,
e si nascondono vicino all'antico camino che ancora oggi si vede nella
grande sala che precedeva l'appartamento della regina.
I nostri due osservatori si erano appena appostati quando videro uscire
Bois-Bourdon, il quale, non potendo fare a meno di scorgere il re, che
era sul lato sinistro della sala dalla quale egli stava uscendo, lo
salutò e scappò terrorizzato. Lo si lascia fuggire, ma
si danno ordini affinché non possa rientrare a Parigi senza essere
immediatamente imprigionato. Carlo se ne va senza degnarsi di entrare
nelle stanze della moglie, la quale, avendo appreso quello che era accaduto,
torna a Parigi con la morte nel cuore.
Bois-Bourdon è sottoposto a processo, è torturato a più
riprese, ma poiché la gravita delle cose che svela non permette
che siano rese pubbliche, tutto viene fatto nella massima segretezza,
e in quella circostanza, dicono gli storici, Carlo seppe molto di
più di quanto non avrebbe voluto sapere.
Da quelle importanti deposizioni abbiamo tratto una parte dei fatti
che citiamo, e che altri avrebbero come noi potuto svelare se si fossero
dati la pena di prenderne atto.
Gli interrogatori di quel disgraziato furono talmente capziosi, le torture
talmente dolorose che egli disse tutto quello che sapeva e che la regina
gli aveva confidato. Il fatto che, dopo questa confessione, Isabella
fosse ancora in vita prova la bontà del suo sposo. Carlo si accontentò
di relegare questa Messalina a Tours, e di confiscare le immense ricchezze
ch'ella teneva nascoste in posti diversi, per celarne meglio l'esistenza.
Quanto a Bois-Bourdon, grande maggiordomo della regina, uno degli uomini
più belli e più brillanti del suo secolo, quando gli fu
estorto tutto quello che si voleva sapere, lo si gettò in fondo
al fiume, chiuso in un sacco di cuoio, su cui era scritto: Lasciate
passare la giustizia del re.
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