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| Campanella d'argento, del convento qui presso: voce di lontana infanzia è in quel fresco tinnire, che mi giunge or sì or no nell'ore più raccolte della giornata; e meglio all'alba, quando mute sono le strade e muto è il cielo. Torno bambina: ho treccia al dorso, asciutte gambe di capriola, occhi ridenti pieni d'aprile: vo con la mia mamma a messa, per viuzze ancor nel sogno del primo albore, colme d'un silenzio abbandonato, che sol rompe un'eco di campanella: - oh, mai non fosse, mamma, venuto il giorno a dissipar quell'alba. |
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| Sui campi e sulle strade silenziosa e lieve volteggiando, la neve cade. Danza la falda bianca nell'ampio ciel scherzosa, Poi sul terren si posa stanca. In mille immote forme sui tetti e sui camini, sui cippi e sui giardini dorme. Tutto d'intorno è pace; chiuso in oblio profondo, indifferente il mondo tace. |
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| Quando tu venisti, una notte, verso il suo letto, al buio, e le dicesti, piano, già sopra di lei: Non ti vedo, non ti sento. E la ghermisti con artiglio d'aquila, e tutta la costringesti nella tua forza riplasmandola in te con tal furore ch'ella perdette il senso d'esistere. E uno solo in due bocche fu il rantolo e misto fu il sangue e fu il ritmo perfetto, e dal balcone aperto la notte guardava con l'occhio d'una sola stella rossastra, e il sonno che seguì parve la morte, e immoti come cadaveri la tristezza dell'ombra vi vegliò sino all'alba. |
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| De' tuoi bianchi capelli, sì leggeri Alla carezza e pur sì folti, in uno scrigno una ciocca serbo. Erano i miei Scuri come la notte, allor che al capo Tuo la recisi. Ed oggi, te cercando In quella ciocca, sola cosa viva Che di te mi rimanga, io mi domando Se recisa non l'ho dalle mie tempie. E se mi guardo entro lo specchio, e in esso Mi smarrisco, non me, ma te ravviso, o Madre: tua questa marmorea fronte, piena di tempo, e immersa in una luce ch'è già ormai d'altra terra e d'altro cielo. |
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| Il dono eccelso che di giorno in giorno e d'anno in anno da te attesi, o vita (e per esso, lo sai, mi fu dolcezza anche il pianto), non venne: ancor non venne. Ad ogni alba che spunta io dico: "È oggi": ad ogni giorno che tramonta io dico: "Sarà domani". Scorre intanto il fiume del mio sangue vermiglio alla sua foce: e forse il dono che puoi darmi, il solo che valga, o vita, è questo sangue: questo fluir segreto nelle vene, e battere dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti unicamente perché sei la vita. |
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| Una foglia cadde dal platano, un fruscio
scosse il cuore del cipresso, sei tu che mi chiami. Occhi invisibili succhiellano l'ombra, s'infiggono in me come chiodi in un muro, sei tu che mi guardi. Mani invisibili le spalle mi toccano, verso l'acque dormenti del pozzo mi attirano, sei tu che mi vuoi. Su su dalle vertebre diacce con pallidi taciti brividi la follia sale al cervello, sei tu che mi penetri. Più non sfiorano i piedi la terra, più non pesa il corpo nell'aria, via lo porta l'oscura vertigine, sei tu che mi travolgi, sei tu. |
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| Ferma al quadrivio, mentre
piove e spiove Sotto l'aspro alternar delle ventate Schioccanti come fruste sulle facce Di chi va, di chi viene, una vecchietta Vende rami di pèsco. O Primavera Per pochi soldi! O riso, o tremolìo Di stelle rosee su bagnate pietre! Scompare agli occhi miei la strada urbana Con fango e folla e strider di convogli Sulle rotaie, e saettar nemico D'automobili in corsa. Ecco, e in un campo Mi trovo: è verde, di frumento a pena Sorto dal suolo: pioppi e gelsi intorno Con la promessa delle fronde al sommo Dei rami avvolti in una nebbia d'oro: e pèschi: oh, lievi, oh, gracili, d'un rosa che non è della terra: ch'è di tuniche d'angeli, scesi a benedire i primi germogli, e pronti, a un alito di brezza, a rivolar da nube a nube in cielo. |
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| La rosa bianca, sola in
una coppa di vetro, nel silenzio si disfoglia e non sa di morire e ch'io la guardo morire. Un dopo l'altro si distaccano i petali; ma intatti, immacolati, un presso l'altro con un tocco lieve posano, e stanno: attenti, se un prodigio li risollevi o li ridoni, ancora vivi, candidi ancora, al gambo spoglio. Tal mi sento cadere sul cuore i giorni del mio tempo fugace: intatti, e il cuore vorrebbe, ma non può, comporli in una rosa novella, su più alto stelo. |
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| Non chiamarmi, non dirmi
nulla Non tentare di farmi sorridere. Oggi io sono come la belva che si rintana per morire. Abbassa la lampada, copri il fuoco, che la stanza sia come una tomba. Lascia ch'io mi rannicchi nell'angolo con la testa sulle ginocchia. L'ore si spengano nel silenzio. Salga in torbide onde l'angoscia e m'affoghi: altro non chiedo che di perdere la conoscenza. Ma non è dato. Quel volto, quel riso l'ho sempre davanti. Giorno e notte il ricordo m'è uncino confitto nella carne viva. Forse morire io non potrò mai: condannata in eterno a vegliare il mio strazio in me, piangendo con occhi senza palpebre. |
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| Venne in cerca di te nella calda notte, lungo le strade dai fanali azzurri. Tutte le strade, allora, la notte erano azzurre come le vie dei cieli, e il volto amato non si vedeva: si sentiva in cuore. E ti trovò, o dolcezza, nell'ombra casta, velata d'un vapor di stelle. Fra quel tremolio d'astri discesi in terra, in quell'azzurro di due firmamenti l'uno a specchio dell'altro, ella ella pure rispecchiò in te l'anima sua notturna. E ti seguì con passo di bambina senza sapere, senza vedere, tacita e fluida. E allor che il giorno apparve con fresco riso roseo su l'immenso turchino, non trovò più se stessa per ritornare. |
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| Nel marzo ebro di sole il
grande arbusto in mezzo al prato si coprì di gialli fioretti: le novelle accese rame salenti e ricadenti con superba veemenza di getto dànno raggi e barbagli a mirarle; e tu quasi odi scroscio di fonte uscir da loro; e tutta la Primavera da quell'aurea polla ti si versa cantando entro le vene. |
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| Amo la libertà de'
tuoi romiti vicoli e delle tue piazze deserte, rossa Pavia, città della mia pace. Le fontanelle cantano ai crocicchi con chioccolìo sommesso: alte le torri sbarran gli sfondi, e, se pesante ho il cuore, me l'avventano su verso le nubi. Guizzan, svelti, i tuoi vicoli, e s'intrecciano a labirinto; ed ai muretti pendono glicini e madreselve; e vi s'affacciano alberi di gran fronda, dai giardini nascosti. Viene da quel verde un fresco pispigliare d'uccelli, una fragranza di fiori e frutti, un senso di rifugio inviolato, ove la vita ignara sia di pianto e di morte. Assai più belli i bei giardini, se nascosti: tutto mi pare più bello, se lo vedo in sogno. E a me basta passar lungo i muretti caldi di sole; e perdermi ne' tuoi vicoli che serpeggian come bisce fra verzure d'occulti orti da fiaba, rossa Pavia, città della mia pace. |
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