Per visualizzare le immagini immagini scorrere la pagina

 

   
     
   
 
 
 
 
 
   
 
   
 
 
 
 

 

 

 

 

 

Il mio Maggio
(1922)
 
A tutti,
a quanti,spossati dalle macchine,
si sono riversati per le strade,
a tutti,
alle schiene sfinite dalla terra
e che invocano una festa,
il primo maggio!
Al primo fra tutti i maggi
andiamo incontro,compagni,
con la voce affratellata nel canto.
E' mio il mondo con le sue primavere.
Sciogliti in sole,neve!
Io sono operaio,
è mio questo maggio!
Io sono contadino,
questo maggio è mio!

A tutti
A quelli che, scatenata l'ira delle trincee,
si sono appostati in agguati omicidi,
a tutti,
a quelli che dalle corazzate
sui fratelli
hanno puntato le torri coi cannoni,
il primo maggio!
Al primo fra tutti i maggi
andiamo incontro,
allacciando le mani disgiunte dalla guerra.
Taci,ululato del fucile!
Chètati, abbaiare della mitragliatrice!
Sono marinaio,
è mio questo maggio!
Sono soldato,
questo maggio è mio!

A tutte
le case,
le piazze
le strade,
strette dall'inverno di ghiaccio,
a tutte
le fameliche
steppe,
alle foreste,
alle messi,
il primo maggio!
Salutate
il primo fra tutti i maggi
con una piena
di fertilità, di primavere,
di uomini!
Verde dei campi, canta!
Urlo delle sirene, innalzati!
Sono il ferro,
è mio questo maggio!
Sono la terra,
questo maggio è mio!

 

 

 

 

Qualche buona parola per
certi vizi
(1915)
 

O tu che fatichi sia lustrando stivali
sia come ragioniere o aiuto-ragioniera,
e tu che, per il daffare e la malinconia, hai una faccia
gualcita e verde come un biglietto da tre rubli!

Sarto, per esempio. Chi te lo fa fare
di portare questi calzoni per la prova?
È perché non hai nessuno zio tu, e se ne hai uno
non è ricco, non è moribondo e non sta in America?

Fattelo dire da uno intelligente e che ha letto molto:
Puskin, Scepkin, Vrubel non credevano
né al verso né al gestire né a un tono prezioso,
ma è nel rublo che credevano soltanto.

Tu vivi solo per stirare e ferirti con le forbici.
Già la barba ti s'intreccia con la canizie,
ma l'hai mai vista una volta almeno la melarancia
come se la cresce e cresce sopra l'albero?

Sudate e faticate, faticate e sudate,
e i figli fìglieranno e ingrandiranno,
altri ragazzi-ragionieri, altre ragazze-ragioniere,
e gli uni e le altre suderanno come questi qua.

Invece io ieri, senza l'ordine di nessuno,
come niente,
a chemin de fer con cento rubli di partenza,
alla sesta mano, me n'ero fatti tremila e duecento.

M'importa assai se, con un dito sulla bocca,
malignano che mi sarei aiutato
segnando un asso e l'altro
impercettibilmente con un'unghia.

Gli occhi dei giocatori nella notte
brillavano come due rubli,
e io lì a ripulirmene qualcuno, come un forzuto operaio
scarica la stiva d'una nave.

Gloria a chi per primo ha ritrovato
come rivoltare e vuotare al prossimo le tasche,
senza faticare e aguzzare l'ingegno,
ma in maniera pulita ed elegante!

E quando qualcuno mi dice che il lavoro è ecc. ecc.,
come se fregasse rafano su una grattugia arrugginita,
io, con una mano sulla spalla, gli domando soavemente:
"Voi chiedete ancora carte, quando avete un cinque?".

 

 

 

 

Qualche parola su me stesso
(1913)
 

Amo guardare come muoiono i bambini.
L'avete mai vista la brumosa onda della risacca del riso
dietro la proboscide della tristezza?
Io, invece,
nella biblioteca delle strade
ho sfogliato così spesso il volume delle tombe.
La mezzanotte
palpava con fradice dita
me
e il chiuso steccato,
e con la calvizie della cupola imperlata dall'acquazzone
galoppava la cattedrale impazzita.
E vedo: Cristo fuggiva dall'icona,
e la fanghiglia baciava in lacrime
il lembo della tunica sbattuto dal vento.
Io grido contro il muro,
conficco il pugnale delle parole frenetiche
nella polpa del cielo inturgidito:
"Sole!
Padre mio!
Abbi tu almeno pietà, non tormentarmi!
E' il sangue mio da tè versato che scorre sul lungo
cammino.

E' la mia anima
in quei brandelli della lacerata nuvola
sull'arrugginita croce del campanile
nel cielo riarso!
Tempo!
Almeno tu, sciancato pittorucolo di icone,
dipingi la mia immagine
nel sacrario del secolo deforme!
Sono solitario come l'ultimo occhio
di un uomo in cammino verso la terra dei ciechi!"

 

 

(Majakowskij ritratto da Jerzi Nowosielski)

 

 

La blusa del bellimbusto
(1914)
 

Io mi cucirò neri calzoni
del velluto della mia voce.
E una gialla blusa di tre tese di tramonto.
Per il Nevskij del mondo, per le sue strisce levigate
andrò girellando col passo di Don Giovanni e di bellimbusto.

Gridi pure la terra rammollita nella quiete:
"Tu vieni a violentare le verdi primavere!"
Sfiderò il sole con un sogghigno arrogante:
"Sul liscio asfalto mi piace biascicar le parole!".

Sarà forse perché il cielo è azzurro
e la terra mia amante in questa nettezza festiva,
che io vi dono dei versi allegri come ninnoli,
aguzzi e necessari come stuzzicadenti.

Donne che amate la mia carne e tu, ragazza
che mi guardi come un fratello,
coprite me, poeta, di sorrisi:
li cucirò come fiori sulla mia blusa di bellimbusto.

 

 

 

 

L'infernaccio della città
(1913)
 

Le finestre frantumarono l' infernaccio della città
in minuscoli infernucci succhianti con le luci.
Rossicci diavoli, si impennavano le automobili,
facendo esplodere le trombe proprio sull' orecchio.

E là, sotto l' insegna con le aringhe di Kerc,
un vecchietto stravolto cercava tastoni i suoi occhiali
e ruppe in lacrime quando, nel tifone del vespro,
un tram di rincorsa sbattè le pupille.

Nei buchi dei grattacieli, ove ardeva il minerale
e il ferro dei treni ingombrava il passaggio,
un aeroplano lanciò un grido e cadde
là dove al sole ferito colava l' occhio.

E allora ormai - sgualcite le coltri dei lampioni -
la notte si diede al piacere, oscena e ubriaca,
mentre dietro i soli delle vie in qualche luogo zoppicava,
non necessaria a nessuno, la flaccida luna.

 

 

 

 

Ma voi potreste?
(1913)
 

Imbrattai di colpo la carta dei giorni triti,
spruzzandovi colore da un bicchiere;
su un piatto di gelatina mostrai
gli zigomi sghembi dell'oceano.
Sulla squama d'un pesce di latta
lessi gli inviti di nuove labbra.
Ma voi
potreste
suonare un notturno
su un flauto di grondaie?

 

 

 

 

Dietro una donna
(1913)
 

Spostato su col gomito un lievito di nebbia,
colava biacca da una fiasca nera
e a briglia sciolta nel cielo
canuto e greve caracollava fra le nuvole.

Nel fuso rame di case stagnate
a stento si contengono i trèmiti delle vie,
stuzzicati da un rosso mantello di lussuria,
i fumi diramavano le corna dentro il cielo.

Cosce-vulcani sotto il ghiaccio delle vesti,
messi di seni mature già per il raccolto.
Dai marciapiedi con ammicchi malandrini
frecce spuntate insorsero gelose.

Stormo che a un colpo di tacco
si levi a volo nel cielo
preghiere di altezze presero al laccio Iddio:
Con sorrisi da topi lo spennarono
e beffarde lo trassero per la fessura d’una soglia.

L’Oriente in un vicolo le scorse,
più in alto ri-sospinse la smorfia del cielo
e il sole dalla nera borsa strappato fuori
pestò con cattiveria le costole del tetto.

 

 

 

 

Tu
 

Sei venuta
a cercare il mio ruggito,
la mia corporatura:
hai guardato,
ed hai visto
che sono solo un ragazzo.
Hai preso,
hai tolto il cuore
e così semplicemente
ti sei messa a giocare,
come una bambina a palla.
E tutte,
come davanti a un miracolo:
"Amare uno così?
Ma quello ti si avventa contro!
Sarà una domatrice.
una che viene da un serraglio!"
Io, invece, esulto.
No,
niente giogo!
impazzito di gioia,
saltavo,
come un indiano a nozze, saltavo
tanto mi sentivo allegro,
tanto leggero!

 

 

 

 

Pena
(1920)
 

In una vaga disperazione il vento
si dibatteva disumanamente.
Gocce di sangue annerendosi
si gemmavano sulle labbra d'ardesia.
E uscì, a isolarsi nella notte,
vedova la luna.

 

 

 

 

Di solito così
(tratto da: "A piena voce - Amo")
 

Ad ogni nato di donna è stato concesso l'amore
ma fra impieghi, entrate e il resto
giorno per giorno s'inaridisce il terreno del cuore.
Sul cuore è infilato il corpo.
Sul corpo la camicia.
E come se non bastasse
un tale - idiota! -
ha fabbricato i polsini
e ha intriso d'amido lo sparato.
Verso la vecchiaia ci si ripensa di soprassalto.
La donna s'imbelletta
l'uomo di sbraccia come un mulino
- metodo mueller -
ma è tardi.
La pelle moltiplica le rughe.
L'amore fiorisce un po',
fiorisce un po'
e s'aggrinza...

 

 

 

 

Marina da guerra in amore
 
 

Van sui mari scherzando in crociera
il torpediniero e torpediniera.

E come la vespa s'attacca col miele,
così la torpediniera fedele.

E per il torpediniero, infinita
è la felicità della vita.

Ma li scoprì con gli occhiali sul naso
un riflettore pedante, per caso.

Una sirena fece la spia,
denunziandone a tutti la scia.

Ma il torpediniero ormai stanco,
poverino, fu colto nel fianco.

Sull'oceano ora va la preghiera
della vedova torpediniera.

Dava forse agli uomini noia
quella loro semplice gioia?

 

 

 

 

 

 

A voi!
 
 

Voi che vi trascinate di orgia in orgia
e avete bagni e gabinetti caldi,
non vi vergognate di leggere sui giornali
le proposte per la croce di S. Giorgio?

Sapete voi, incapaci, numerosi,
voi che pensate a come meglio abboffarvi,
che in quest'attimo, forse, una bomba ha staccato
le gambe al tenente Petrov?...

Se egli, condotto al macello, potesse
all'improvviso vedere, dal fondo delle sue ferite,
come voi col labbro unto di cotoletta
lascivamente canticchiate Severjanin!

A voi, dunque, amanti delle donne e del cibo,
dare la vita per il vostro solo piacere?
Io, piuttosto, alle puttane in un bar
offrirò succo d'ananas!

 

 

 

Ascoltate!
 
 

Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire forse che a qualcuno servono,
che qualcuno desidera che esse siano,
che qualcuno chiama perle questi piccoli sputi?
E, forzando
le bufere di polvere del meriggio,
si spinge fino a Dio,
teme d'essere in ritardo,
piange,
gli bacia la mano nodosa,
implora
- ha bisogno di una stella! -
giura
che non può sopportare questo martirio senza stelle!
E poi
cammina inquieto,
fa finta d'esser calmo.
Dice a qualcuno:
"Allora, adesso, stai meglio?
Non hai paura?
No?!".
Ascoltate!
Se accendono
le stelle,
vuol dire forse che a qualcuno servono,
che è indispensabile
che ogni sera
sopra i tetti
risplenda almeno una stella?

 

 

 

Il poeta è un operaio
 
 

Gridano al poeta:
"Davanti a un tornio ti vorremmo vedere!

Cosa sono i versi? Parole inutili!
Certo che per lavorare fai il sordo".
A noi, forse, il lavoro
più d'ogni altra occupazione sta a cuore.
Sono anch'io una fabbrica.
E se mi mancano le ciminiere,
forse, senza di esse,
ci vuole ancor più coraggio.
Lo so: voi non amate le frasi oziose.
Quando tagliate del legno, è per farne dei ciocchi.
E noi, non siamo forse degli ebanisti?
Il legno delle teste dure noi intagliamo.
Certo, la pesca è cosa rispettabile.
Tirare le reti, e nelle reti storioni, forse!
Ma il lavoro del poeta non è da meno:
è pesca d'uomini, non di pesci.
Fatica enorme è bruciare agli altiforni,
temprare i metalli sibilanti.
Ma chi oserà chiamarci pigri?
Noi limiamo i cervelli
con la nostra lingua affilata.
Chi è superiore: il poeta o il tecnico
che porta gli uomini a vantaggi pratici?
Sono uguali. I cuori sono anche motori.
L'anima è un'abile forza motrice.
Siamo uguali. Compagni d'una massa operaia.
Proletari di corpo e di spirito.
Soltanto uniti abbelliremo l'universo,
l'avvieremo a tempo di marcia.
Contro la marea di parole innalziamo una diga.
All'opera! Al lavoro nuovo e vivo!
E gli oziosi oratori, al mulino!Ai mugnai!
Che l'acqua dei loro discorsi
faccia girare le macine.

 

Vladimir Majakovskij