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Le tre sorelle dalla tela rozza |
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Il bimbo guarda fra le dieci dita |
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Io so il mistero di colei che abbassa |
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| Ma questo filo... tutto questo filo!... In pensieri non dolci e non amari il Vecchio stava chino sulli alari con le molle, così, come uno stilo. "Scrivi? Bruci? Miei versi? I sillabari? il nome dell'Amata e dell'Asilo!" (nel Vecchio riconobbi il mio profilo) "Lettere? Buste? Annunzi funerari? Un nome, un nome! Quello della Mamma!" E caddi singhiozzando sulli alari. Il Vecchio tacque. M'additò la fiamma. "Da trent'anni? ! Perdute le più tenere mani! Ma resta il sogno! I sogni cari..." Il Vecchio tacque. M'additò la cenere. |
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| Il gigantesco rovere abbattuto l'intero inverno giacque sulla zolla, mostrando, in cerchi, nelle sue midolla i centonovant'anni che ha vissuto. Ma poi che Primavera ogni corolla dischiuse con le mani di velluto, dai monchi nodi qua e là rampolla e sogna ancora d'essere fronzuto. Rampolla e sogna - immemore di scuri - l'eterna volta cerula e serena e gli ospiti canori e i frutti e l'ire aquilonari e i secoli futuri... Non so perché mi faccia tanta pena quel moribondo che non vuol morire! |
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| Sopra lo sfondo scialbo
e scolorito surge il profilo della donna intenta, esile il collo; la pupilla spenta pare che attinga il vuoto e l'infinito. Avvolta d'ermesino e di sciamito quasi una pompa religiosa ostenta; niuna mollezza femminile allenta l'esilità del busto irrigidito. Tien fra le dita de la manca un giglio d'antico stile, la sua destra posa sopra il velluto d'un cuscin vermiglio. Niuna dolcezza è ne l'aspetto fiero; emana da la bocca lussuriosa l'essenza del Silenzio e del Mistero. |
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| Io sono innamorato di tutte
le signore che mangiano le paste nelle confetterie. Signore e signorine - le dita senza guanto - scelgon la pasta. Quanto ritornano bambine! Perché nïun le veda, volgon le spalle, in fretta, sollevan la veletta, divorano la preda. C'è quella che s'informa pensosa della scelta; quella che toglie svelta, né cura tinta e forma. L'una, pur mentre inghiotte, già pensa al dopo, al poi; e domina i vassoi con le pupille ghiotte. un'altra - il dolce crebbe - muove le disperate bianchissime al giulebbe dita confetturate! Un'altra, con bell'arte, sugge la punta estrema: invano! ché la crema esce dall'altra parte! L'una, senz'abbadare a giovine che adocchi, divora in pace. Gli occhi altra solleva, e pare sugga, in supremo annunzio, non crema e cioccolatte, ma superliquefatte parole del D'Annunzio. Fra questi aromi acuti, strani, commisti troppo di cedro, di sciroppo, di creme, di velluti, di essenze parigine, di mammole, di chiome: oh! le signore come ritornano bambine! Perché non m'è concesso - o legge inopportuna! - il farmivi da presso, baciarvi ad una ad una, o belle bocche intatte di giovani signore, baciarvi nel sapore di crema e cioccolatte? Io sono innamorato di tutte le signore che mangiano le paste nelle confetterie. |
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Guido Gozzano
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