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che abbiamo sognata e che e' morta..." dalla quale avere
il figlio cosi' spesso immaginato con le solite frasi "...Voglio
che il bambino abbia gli occhi come i tuoi...".
Nel 1930, Antonia si iscrisse alla facoltà di filologia dell'Università
statale di Milano. Tenne un diario in cui scrisse lettere che manifestavano
i suoi tanti interessi culturali (la filosofia, la letteratura ed il
linguaggio), coltivò la passione per la fotografia, le lunghe
escursioni in bicicletta, imparò il tedesco, il francese e l'inglese,
viaggiò, pur brevemente, oltre che in Italia, in Francia, Austria,
Germania e Inghilterra. ma il suo luogo prediletto fù sempre
la settecentesca villa di famiglia, a Pasturo, ai piedi delle Grigne,
dove vi era la sua biblioteca e dove studiava, scriveva e cerca sollievo
nel contatto con la natura solitaria e severa della montagna
All'Università conobbe Vittorio Sereni, suo amico fraterno, Enzo
Paci, Luciano Anceschi e Remo Cantoni, del quale sembra si innamorò
ma senza essere ricambiata. Frequentò i corsi del docente di
estetica Antonio Banfi, forse il più aperto e moderno docente
universitario italiano del tempo, col quale si laureò nel 1935
discutendo una tesi su Gustave Flaubert.
Nell'estate del 1938 scrisse alla nonna, comunicandole la sua intenzione
di scrivere un romanzo storico sulla Lombardia. Le lettere di questo
periodo, lasciano trasparire un forte entusiasmo per il progetto, che
si prolungò fino all'autunno di quell'anno, ma in una lettera
datata 23 ottobre, invece, lo stato di Antonia apparve radicalmente
cambiato. Le leggi razziali contro gli ebrei, avevano causato la partenza
di alcuni dei suoi amici più cari, e la poetessa, allora ventiseienne,
fu profondamente sconvolta dall'evolversi degli eventi.
Il 2 dicembre 1938, Atonia si recò regolarmente all'Istituto
tecnico Schiaparelli di Milano, dove insegnava e, nel corso della mattinata,
chiese di uscire anticipatamente dalla scuola dicendo di non stare bene.
Si diresse verso l'abbazia di Chiaravalle, si sdraiò su un prato
vicino alla Certosa e ingerì molte pastiglie di barbiturici.
Nel gelo di quella giornata di dicembre attese la morte.
Un contadino nel pomeriggio di quello stesso giorno la scorse e chiamò
un'ambulanza che la trasportò al Policlinico di Milano, ove,
intorno alle 19 del giorno seguente, Antonia Pozzi morì.
Nel suo ultimo biglietto, non citò i suoi scritti, ma parlò
di "disperazione mortale". Le sue opere, poesie e diari,
furono tutte pubblicate postume.
La famiglia negò la circostanza "scandalosa" del suicidio,
attribuendo la morte a polmonite; il suo testamento fu distrutto dal
padre, che, con rigidezza simile a quella esercitata su di lei viva,
manipolò anche le sue poesie, scritte su quaderni e allora tutte
inedite. Corresse ed aggiustò secondo il suo gusto, cancellò
e riscrisse quello che probabilmente riteneva eccessivo, non in linea
con il modello di figlia esemplare e ideale che avrebbe voluto. Soprattutto
eliminò quasi dappertutto la dedica "per A.M.C."
che contrassegnava molte poesie. La storia d'amore con il Cervi venne
falsamente descritta come una relazione platonica.
I testi originali però furono in seguito quasi totalmente ripristinati.
Quasi tutti coloro che conoscevano Antonia Pozzi sono ormai morti. Resta
la sua compagna di scuola e d'università Lucia Bozzi, oggi suora
di clausura, cui la giovane poetessa aveva dedicato e affidato molti
pezzetti di carta coperti di versi. E resta - come racconta Patrizia
Finucci Gallo che l'ha incontrata di recente - un'amica d'infanzia di
Pasturo, Alessandra Castelletti, che ricorda i loro giochi e i giri
in bicicletta. Suo cognato fu autista della famiglia Pozzi e, quando
tornava su al paese, diceva sempre che Antonia era strana, che era molto
triste. Ma, soprattutto, resta Maria Corti che, dagli incontri all'università,
ne conserva una memoria molto forte: "Il suo spirito faceva
pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini
dei crepacci, sull'orlo degli abissi. Era un'ipersensibile, dalla dolce
angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una
bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica
censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso
ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura
di piante e fiumi la consolava certo piu' dei suoi simili".
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