Antonia Pozzi
   
Nacque a Milano nel 1912. Figlia di Roberto, importante avvocato milanese e della contessa Lina Cavagna Sangiuliani, nipote di Tommaso Grossi, scrisse le prime poesie ancora adolescente.
La famiglia di Atonia appartenente all'alta societa' milanese, influenzò radicalmente la vita e probabilmente la morte tragica di Atonia. Il padre, colto e rigido, fiero della figlia poetessa e la madre contessa, impegnata nella vita mondana e probabilmente assai distante dalla figlia si opposero in maniera drastica alla relazione che Atonia ebbe, mentre frequentava il liceo Manzoni, col proprio professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi. Quando Antonia aveva 20 anni, il padre Roberto impose ai due innamorati di non frequentarsi più, ma loro resistettero fino a quando nel 1933 Antonio Maria, decise di chiudere la relazione.
In diverse poesie di Atonia si può leggere la grande sofferenza per un matrimonio tanto desiderato e non realizzato, ma soprattutto per l'impossibilità di vedere realizzate il grande desiderio di avere un figlio dal Cervi. "...Oh, possa tu incontrare la donna che ti ridia la creatura

che abbiamo sognata e che e' morta..." dalla quale avere il figlio cosi' spesso immaginato con le solite frasi "...Voglio che il bambino abbia gli occhi come i tuoi...".

Nel 1930, Antonia si iscrisse alla facoltà di filologia dell'Università statale di Milano. Tenne un diario in cui scrisse lettere che manifestavano i suoi tanti interessi culturali (la filosofia, la letteratura ed il linguaggio), coltivò la passione per la fotografia, le lunghe escursioni in bicicletta, imparò il tedesco, il francese e l'inglese, viaggiò, pur brevemente, oltre che in Italia, in Francia, Austria, Germania e Inghilterra. ma il suo luogo prediletto fù sempre la settecentesca villa di famiglia, a Pasturo, ai piedi delle Grigne, dove vi era la sua biblioteca e dove studiava, scriveva e cerca sollievo nel contatto con la natura solitaria e severa della montagna
All'Università conobbe Vittorio Sereni, suo amico fraterno, Enzo Paci, Luciano Anceschi e Remo Cantoni, del quale sembra si innamorò ma senza essere ricambiata. Frequentò i corsi del docente di estetica Antonio Banfi, forse il più aperto e moderno docente universitario italiano del tempo, col quale si laureò nel 1935 discutendo una tesi su Gustave Flaubert.

Nell'estate del 1938 scrisse alla nonna, comunicandole la sua intenzione di scrivere un romanzo storico sulla Lombardia. Le lettere di questo periodo, lasciano trasparire un forte entusiasmo per il progetto, che si prolungò fino all'autunno di quell'anno, ma in una lettera datata 23 ottobre, invece, lo stato di Antonia apparve radicalmente cambiato. Le leggi razziali contro gli ebrei, avevano causato la partenza di alcuni dei suoi amici più cari, e la poetessa, allora ventiseienne, fu profondamente sconvolta dall'evolversi degli eventi.

Il 2 dicembre 1938, Atonia si recò regolarmente all'Istituto tecnico Schiaparelli di Milano, dove insegnava e, nel corso della mattinata, chiese di uscire anticipatamente dalla scuola dicendo di non stare bene.
Si diresse verso l'abbazia di Chiaravalle, si sdraiò su un prato vicino alla Certosa e ingerì molte pastiglie di barbiturici. Nel gelo di quella giornata di dicembre attese la morte.
Un contadino nel pomeriggio di quello stesso giorno la scorse e chiamò un'ambulanza che la trasportò al Policlinico di Milano, ove, intorno alle 19 del giorno seguente, Antonia Pozzi morì.

Nel suo ultimo biglietto, non citò i suoi scritti, ma parlò di "disperazione mortale". Le sue opere, poesie e diari, furono tutte pubblicate postume.
La famiglia negò la circostanza "scandalosa" del suicidio, attribuendo la morte a polmonite; il suo testamento fu distrutto dal padre, che, con rigidezza simile a quella esercitata su di lei viva, manipolò anche le sue poesie, scritte su quaderni e allora tutte inedite. Corresse ed aggiustò secondo il suo gusto, cancellò e riscrisse quello che probabilmente riteneva eccessivo, non in linea con il modello di figlia esemplare e ideale che avrebbe voluto. Soprattutto eliminò quasi dappertutto la dedica "per A.M.C." che contrassegnava molte poesie. La storia d'amore con il Cervi venne falsamente descritta come una relazione platonica.
I testi originali però furono in seguito quasi totalmente ripristinati.

Quasi tutti coloro che conoscevano Antonia Pozzi sono ormai morti. Resta la sua compagna di scuola e d'università Lucia Bozzi, oggi suora di clausura, cui la giovane poetessa aveva dedicato e affidato molti pezzetti di carta coperti di versi. E resta - come racconta Patrizia Finucci Gallo che l'ha incontrata di recente - un'amica d'infanzia di Pasturo, Alessandra Castelletti, che ricorda i loro giochi e i giri in bicicletta. Suo cognato fu autista della famiglia Pozzi e, quando tornava su al paese, diceva sempre che Antonia era strana, che era molto triste. Ma, soprattutto, resta Maria Corti che, dagli incontri all'università, ne conserva una memoria molto forte: "Il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull'orlo degli abissi. Era un'ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava certo piu' dei suoi simili".