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"Alta, magra, con lunghe gambe, lunghe braccia sottili, un
viso illuminato da occhi sensibili e acuti, un naso aquilino che affascinò
i suoi ritrattisti, da Modigliani ad Al'tam, era l'immagine della femminilità,
affascinante, dominante, misteriosa..."
Così è stata descritta una donna eccezionale: un poeta
russo, oggi noto in tutto il mondo. Poeta, al maschile, perché
non amava essere chiamata poetessa: le sembrava che limitasse il campo
dei sensi e di sapere che la ispiravano.
Era nata nel giugno 1889 vicino a Odessa e si chiamava Anna Andreevna
Gorenko.
A un anno fu portata a Carskoe Selo dove il nostro Rastrelli
aveva costruito un bianco-azzurro palazzo per Caterina Il e Puskin aveva
seguito gli studi liceali. Imparò a leggere sui libri di Tolstoj,
a cinque anni parlava perfettamente il francese, a undici scrisse la
sua prima poesia.
Altre ne scrisse, mentre frequentava, piuttosto malvolentieri, il liceo
femminile.
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Quando però manifestò l'intenzione di pubblicarle,
il severo genitore, ingegnere navale, le suggerì di scegliersi
uno pseudonimo, per non offrire l'onorato nome di famiglia alla curiosità
dei giornali. La giovane non esitò. Achmat era il khan
tartaro che nel 1480 aveva lanciato l'ultima grande offensiva dell'Orda
d'Oro contro i principi di Mosca, lo stesso che poi fu ucciso nella
sua tenda con un pugnale russo, ma per mano tartara. Ebbene, i Gorenko
discendevano dall'ultimo grande khan tartaro, anzi, Anna soleva precisare
con civetteria che tra i suoi antenati vi era il favoloso Gengis Khan
che aveva sconfitto i cinesi e distrutto i regni musulmani dell'Asia
anteriore. Detto e fatto, Anna Andreeva Gorenko diventò Anna
Achmatova.
Nel 1905 i genitori di Anna divorziarono e lei seguì la madre
a Evpatorija dove terminò il liceo, e poi a Kiev dove si iscrisse
alla facoltà di giurisprudenza. Trascurava però le materie
giuridiche per scrivere poesie.
Nel 1910 si decise a sposare Nikolaj Stepanovic Gumilëv, affermato
poeta, che l'amava da tre anni e per lei aveva perfino tentato il suicidio.
Andarono in viaggio di nozze a Parigi frequentando ambienti ricchi di
nomi, di idee, di fatti. Tra gli altri personaggi di spicco, Anna conobbe
Amedeo Modigliani. Dopo la luna di miele gli sposi si stabilirono a
Pietroburgo, dove Anna frequentò dei corsi storico letterari.
Lo stesso anno l'Achmatova tornò a Parigi e la sua amicizia con
Modigliani si consolidò: passavano lunghe ore sulle panchine
del Lussemburgo, a leggere e a recitare a due voci i poeti francesi:
Verlaine, Laforgue, Mallarmé, Baudelaire, lieti di ricordare
le stesse poesie. Modigliani si rammaricava di non poter leggere le
poesie dell'Achmatova, ma non le chiese mai di posare per un ritratto,
eseguì a memoria sedici disegni che la ritraevano in varie pose
e glieli mandò in Russia (purtroppo andarono perduti durante
la rivoluzione, salvo uno che l'Achmatova tenne carissimo).
Nel 1911 Gumilëv fondò la Corporazione dei poeti (Cech Poetov)
da cui ebbe origine il movimento acmeista (dalla parola greca akmé,
vertice) che si proponeva di reagire all'oscurità e all'evanescenza
del simbolismo imperante, privilegiando un'arte chiara e intensa che
raggiunse, appunto, l'acme dell'espressione poetica. Al nuovo movimento
aderirono subito l'Achmatova e l'amico Osip Mandel'stam.
L'anno dopo Anna Andreevna pubblicò il suo primo libro di poesie:
"La sera"; un critico giudicò questa pubblicazione
"un avvenimento nella poesia russa".
Anna era in attesa di un figlio quando compì col marito un viaggio
in Italia: Genova, Padova, Venezia, Bologna, Pisa, Firenze. Gumilëv
visitò da solo Roma e Napoli perché la moglie non si stancasse
troppo. Il figlio, Lev Nikolaievic, nacque il 1° ottobre 1912.
Due anni dopo l'Achmatova diede alle stampe il suo secondo libro: "Rosario".
Le composizioni di "Rosario", come quelle de "La sera"
sono delle brevi miniature psicologiche quasi sempre imperniate su aspetti
dimessi e quotidiani dell'amore.
Allo scoppio della guerra (1914) il Cech Poetov chiuse i battenti, e
quasi subito il matrimonio dei Gumilëv cominciò ad incrinarsi.
Nikolaj Stepanovic partì per il fronte e Anna si ammalò
di tubercolosi.
La crisi matrimoniale, la malattia sono certamente la causa del velo
di tristezza che comparve nei versi scritti in quel periodo dall'Achmatova.
Comincia così una sua poesia del 1917:
Nessuno ora vorrà ascoltare canzoni
I giorni presagiti sono giunti.
Alla guerra si aggiungeva la rivoluzione, vivere diventava sempre più
difficile. Anna visse quel tempo tra Carskoe Selo, Pietrogrado, Slepnevo
scrivendo dolorose poesie d'amore che erano il controcanto ai tragici
avvenimenti di quegli anni: nel '17 pubblicò "Lo stormo
bianco".
Intanto Gumilëv combatté tutta la guerra, fu decorato due
volte per atti di valore, inviò ai giornali corrispondenze di
guerra. Tornato in patria si butterà a capofitto nella lotta
rivoluzionaria proclamandosi cristiano e monarchico.
Il rapporto tra i due coniugi ormai irrimediabilmente compromesso culminerà
nel divorzio ratificato nel '18, il figlio Lev sarà affidato
alla nonna materna a Slepnevo: Anna lascerà definitivamente la
casa di Carskoe Selo e si trasferirà a Mosca col famoso orientalista
V. K. Silejko, che diventerà il suo secondo marito.
Nel '21 Gumilëv accusato di aver sobillato, con un complotto, la
rivolta dei marinai a Kronstad venne condannato a morte e fucilato per
ordine di Lenin. Nello stesso anno l'Achmatova pubblicò "Piantaggine",
la sua più breve raccolta di poesie (solo 38).
La sua poesia piaceva anche quando parlava di pene d'amore, di moti
dell'anima: la sua voce aveva un timbro umano e "popolare"
in cui i lettori trovavano l'eco dei loro sentimenti e delle loro sventure.
Quando uscì il suo quinto libro "Anno Domini MCMXXI"
Anna era già una grande poetessa europea, anche in Italia erano
state pubblicate poesie sue su riviste importanti.
Col nuovo regime un velo di silenzio calò su di lei. Dalla seconda
metà degli anni Venti fino al 1940 il Partito cercò di
murarla viva nella sua casa di Leningrado, un minuscolo appartamento.
Non ebbe il coraggio di imprigionarla e di deportarla, ma la tenne d'occhio
continuamente, creandone intorno il vuoto dell'oblio e sottoponendola
a continui ricatti, colpendola negli affetti più cari. Imprigionarono,
infine, il suo secondo marito che morirà in un campo di concentramento.
Per vivere dovette impiegarsi come bibliotecaria presso l'istituto di
Agronomia, cosa che le dava diritto ad un po' di legna da bruciare.
Già da tempo un gran numero di aristocratici, borghesi, intellettuali
si erano messi in salvo lasciando la Russia. Pochi amici le erano rimasti:
Mandel' stam (che purtroppo verrà arrestato nel '34 e deportato),
Zenkevic, Pasternak e Lijdia Cukovskaja, figlia di un celebre storico
della letteratura russa. Se n'era andata anche Marina
Cvetaeva, grande poetessa, che per un quarto di secolo aveva svolto
una mirabile attività letteraria, e questa partenza aveva indispettito
l'Achmatova. (Nel '41 la Cvetaeva,
anch'ella duramente colpita in prima persona dagli avvenimenti di quegli
anni, si toglierà tragicamente la vita).
Fu nel 1938 che Lev Nikolaevic Gumilëv, forse soltanto colpevole
di portare questo cognome, venne arrestato: s'era scatenato il gran
tornado delle purghe staliniane. Anna Achmatova passò molti mesi
a correre da un carcere all'altro, in fila con molte altre madri e spose
che attendevano pazientemente di poter consegnare un pacco di viveri
o di indumenti ai propri congiunti incarcerati. Perché c'era
un solo modo per aver notizie dei prigionieri: se la guardia allo sportello
del carcere accettava il pacco era segno che il destinatario probabilmente
era vivo, se lo rifiutava voleva dire che era sicuramente morto.
L'Achmatova non era più la bella donna di un tempo (si era perfino
sussurrato che di lei a suo tempo si fosse innamorato anche lo zar Nicola
II), ma ci fu chi la riconobbe: "Siete voi Anna Achmatova, il poeta?".
Al suo cenno di assenso, una donna dalle labbra bluastre che stava dietro
di lei e che certamente non aveva mai udito il suo nome, si ridestò
dal torpore e le sussurrò (tutti a quel tempo parlavano sussurrando):
"Siete poeta? Allora potreste descrivere tutto questo?". Lei
rispose: "Sì, posso". E allora una specie di sorriso
scivolò lungo quello che una volta era stato il volto della donna.
Logorata dall'ansia per la sorte del figlio (condannato a morte, Lev
vedrà commutata la pena nell'esilio) scriverà "Requiem".
Naturalmente "Requiem" non venne pubblicato, troppo evidenti
erano i riferimenti al terrore staliniano: era il più grande
atto di accusa di un popolo contro la tirannia. Il poeta dei dolci amori
sfortunati era diventato il poeta di una grande tragedia nazionale.
Ci fu un momento in cui l'Achmatova scrisse parole disperate:
Bisogna uccidere fino in fondo la memoria
bisogna che l'anima si purifichi
bisogna di nuovo imparare a vivere.
Ma il "Poema senza eroe" che cominciò a scrivere nel
1940 è proprio la dimostrazione che il poeta non aveva ucciso
la memoria, che la sua anima non si era impietrita in conseguenza delle
tragiche violenze vissute.
Continuò a salire il suo calvario. Condannata dal Comitato Centrale
del Partito come poeta decadente, ignorata dalle riviste e dalle case
editrici, colpita negli affetti più cari, Anna era "civilmente"
morta. Fu riportata in vita allo scoppio della seconda guerra mondiale,
quando Stalin decise, per rafforzare il regime, di ricorrere a tutti
i valori nazionali e patriottici: tra questi vi era ancora l'Achmatova:
i suoi versi non erano stati dimenticati, le sue poesie passavano da
una mano all'altra in copie manoscritte. Le fu chiesto di dare il suo
contributo alla grande guerra patriottica e lei scrisse versi dignitosi
ed eleganti; parlò da radio Leningrado, mentre la città
era stretta d'assedio durante quei tragici 999 giorni, e lanciò
un messaggio alle donne.
Nel 1941 il regime la mise in salvo, così come metteva in salvo
i capolavori dell'Ermitage e i libri rari delle biblioteche. Fu portata
in aereo a Mosca e poi a Taskent: nessuno le aveva comunicato che il
figlio si era offerto volontario ed era stato mandato al fronte.
Nel 1944 Anna Achmatova torna a Mosca, ma durante il breve soggiorno
è invitata a prender parte a una serata di poesia, riportando
un enorme successo personale che risulterà sgradito al dittatore.
Per di più si incontrerà con un diplomatico Ishaia Berlin,
addetto culturale all'ambasciata inglese. Ce n'era abbastanza per cadere
ancora una volta in disgrazia. Il povero Lev venne di nuovo imprigionato,
le riviste su cui Anna aveva potuto pubblicare qualche poesia furono
soppresse.
I primi cenni del disgelo cominciarono a verificarsi soltanto negli
anni Cinquanta: Anna venne riabilitata, poesie sue cominciarono a comparire
su alcune riviste. Nel '56, tre anni dopo la morte di Stalin, Lev Nikolaevic
venne finalmente scarcerato. Più tardi Anna ebbe il permesso
di tornare in Italia: Roma, Taormina, Catania; qui ebbe il premio Etna-
Taormina. Non era ancora la libertà: "Requiem" e "Poema
senza eroe" restavano sempre inediti. Ma poté recarsi in
Inghilterra a ricevere la laurea honoris causa all'Università
di Oxford.
A Leningrado viveva in un appartamentino in via della Cavalleria Rossa,
leggeva i libri più amati: Shakespeare, Byron, Leopardi e naturalmente
l'amatissimo Puskin cui aveva dedicato diversi saggi in prosa. Andava
di tanto in tanto a riposare in una dacia a Komarovo sulla costa settentrionale
del Golfo di Finlandia, era circondata da alcuni amici fedeli, riceveva
visite di giovani poeti che desideravano leggerle le loro composizioni,
per averne un giudizio, riceveva molte lettere dall'estero.
Continuava a rifinire "Poema senza eroe" cui lavorava da ventidue
anni e a cui aveva posto questa introduzione: "Dal 1940 come da
una torre guardo tutto. Come se di nuovo dicessi addio a coloro cui
da tanto tempo ho detto addio. Come se fattami il segno della croce,
scendessi sotto oscure volte". Il poema era infatti dedicato alla
memoria di coloro che per primi avevano ascoltato la sua voce, gli amici
e i concittadini morti a Leningrado durante il terribile assedio.
Furono anni abbastanza tranquilli. Ma nel '66 i disturbi che l'avevano
sempre un po' tormentata divennero più gravi. Fu ricoverata nell'ospedale
Botkin di Mosca. Si spense a Domodedovo, presso Mosca, il 5 marzo 1966.
Di lei disse efficacemente alla sua morte un critico francese: "La
morte nella poesia dell'Achmatova è talmente legata alla vita
che ne diviene elemento familiare, così che è difficile
stabilire fra loro una frontiera. Il mondo interiore della poetessa
è popolato di morti e di vivi mescolati tra loro ai quali ella
si rivolge indifferentemente. Ella chiama i morti ed essi 'consentono
a venire'. Essi sono là accanto a lei: ella intende il loro cuore
segreto e parla come se essi fossero in questo mondo, forse anche meglio
perché essi sono diventati più prossimi, più definitivamente
presenti".
Soltanto undici anni dopo la sua morte, i suoi connazionali poterono
leggere "Requiem" e "Poema senza eroe" in una rivista
sovietica. Nel centenario della sua nascita, l'Unesco dette il suo nome
ad un asteroide.
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